Visualizzazione post con etichetta la "camera" dei bambini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la "camera" dei bambini. Mostra tutti i post

lunedì 27 aprile 2015

A cobra fumou! Una storia montanara per i soldati brasiliani



In una delle mie prime esperienze lavorative ho insegnato materie letterarie ai corsi serali, scegliendo come destinazione Montese. E agli adulti, molti più grandi di me, raccontavo la storia dell’Italia democratica, una storia, sui luoghi di quella che fu la Linea Gotica, scatenando, spesso, dibattiti accesi. In quel tratto di Appennino, il fronte era molto affollato e l’attività bellica particolarmente cruenta: c’erano i tedeschi, i fascisti, i partigiani (brigate, divisioni…), gli eserciti alleati e infine, tra le file di coloro che soccorsero un’Italia che aveva cambiato alleanze, c’era quello strano battaglione venuto da lontano che parlava una lingua difficile da capire, una lingua che produceva parole morbide, una lingua che mal si coniugava con la terra spaccata dal gelo, con la pioggia che gonfiava le ossa e minava i polmoni.

Erano gli uomini della Força Expedicionária Brasileira mandati in guerra a difendere il diritto alla libertà per volontà di un presidente innamorato del potere e fortemente digiuno, con il proprio popolo, di nozioni di democrazia. Uomini in armi destinati a raggiungere il Sud dell’Europa, mal equipaggiati e spediti, in mezzo alle montagne dell’Appennino tosco-emiliano, nel bel mezzo di un inverno gelido. Dovevano combattere battaglie montanare a venti gradi sotto zero con scarpe che si scioglievano e pleuriti che falcidiavano i più sfortunati. Le avversità, però, non scoraggiarono gli audaci arrivati dal Sud America che mostravano fieri lo stemma della FEB, un’icona da fumetto con un cobra che fuma la pipa, e combattevano con coraggio. Un coraggio che lasciò il segno. E a quegli uomini che sognavano di mangiare fagioli neri e manioca a cui i montanari modenesi offrivano la dolcezza della pasta della castagna e, quando c’erano, le uova, oggi a Montese è dedicata una piazza, una strada, due monumenti, una sezione del museo di storia locale. Un pezzo di storia difficile da trovare nei libri, una storia alla quale non venne dato il giusto risalto della cronaca, una storia da ricomporre con frammenti sparsi, una storia di uomini che non ambivano a diventare eroi, ma che conoscevano l’onore, la dignità, il rispetto, la solidarietà. Soldati che hanno incontrato l’amore, scritto canzoni struggenti (Mia Gioconda), lasciato spose di guerra, mentre facevano i conti con una geografia che li obbligava a cambiare piani, tattiche, che li vedeva procedere accanto a partigiani esperti di quelle zone non tracciate dalle mappe, combattere fianco a fianco a quegli uomini senza divisa, disposti a dividere con loro il pericolo, nei silenzi obbligati della macchia. Uomini che sono rimasti nella memoria collettiva di un paese: tra i tanti anche un giovane ventiquattrenne che rispondeva al nome di Celso Furtado, ottima conoscenza dell’inglese, in guerra con il ruolo di interprete diventato poi uno dei grandi economisti del mondo, candidato al Nobel.
In questi giorni è uscito nelle sale italiane Road 47, un film firmato da regista brasiliano Vicente Ferraz, che mette in luce la storia dei soldati brasiliani, raccontando le gesta di un gruppo di genieri nell'inverno del 1944.

Silvana Sola


mercoledì 4 gennaio 2012

Un metro e mezzo di profondità

Quando andai al cinema a vedere il film Fuga di mezzanotte, l’empatia che si era creata con il protagonista era tale che il dolore fisico/psicologico da lui subito nel carcere turco, era diventato il mio dolore. Ho seguito con apprensione le varie fughe cinematografiche da Alcatraz, ho ringraziato quel professore che, alle superiori, ci mostrò Nick Mano Fredda, con uno straordinario Paul Newman.
Le storie della vita carceraria fatta di soprusi, di violenza, di assenza di prospettiva, di non vita raccontate al cinema sono state occasione di riflessioni, obbligo a confrontarsi con quello che il grande schermo ci metteva di fronte.
Anche il bellissimo di libro di Louis Sachar, Buchi nel deserto, è diventato un film.
Non bello come il romanzo che lo scrittore americano diede alle stampe nel 1998 con il titolo Holes. Insignito di molti premi il libro arriva in Italia, nel catalogo Piemme, nel 2001.
Un paio di scarpe da ginnastica di una star del baseball, l’accusa di furto, sono la causa dell’internamento di Stanley in un centro di rieducazione per minori chiamato “Campo Lago Verde”. Il lago non esiste più e il campo è in un luogo arso dal sole dove i ragazzi sono stretti a scavare, ogni giorno, buche.
Acqua razionata, condizioni di vita difficili, una strana direttrice del carcere che va cercando qualcosa in quel deserto in cui i giovani carcerati lavorano senza sosta.
Una storia di detenzione, ma anche di amicizia, di fuga. Un plot narrativo che miscela elementi dell’oggi con un folle passato, utile per capire i fatti del presente.
Un romanzo in cui la condanna ingiusta, l’innocenza, il riscatto sociale, la punizione dei controllori sono occasioni per una scrittura alta, ottima nella traduzione di Laura Cangemi.
Da leggere e rileggere.
Silvana Sola

martedì 28 giugno 2011

Non solo le Due Torri...

... non solo San Petronio e la meridiana gigante lungo la navata centrale, non solo il Compianto di Niccolò dell’Arca, non solo i giardini Margherita, non solo mortadella e tortellini (i bolognesi ne potrebbero aggiungere molte altre… se volete scriveteci!). Siamo a ricordare oggi un’altra validissima ragione per visitare la capitale emiliana, da provare almeno una volta: il Cinema in Piazza (nelle sue varie declinazioni, “Il cinema ritrovato” e “Sotto le stelle del cinema”).
Istruzioni d’uso: recarsi in città in una delle qualsiasi sere di luglio (consigliamo d’arrivare in piazza Maggiore un po’ prima delle 22, per accaparrarsi un posto centrale); per scegliere con maggiore discernimento, consultare il sito della cineteca per verificare la programmazione.
Gli italiani (lo dice uno che duranti alcuni anni di vita all’estero ha sofferto l'assenza di serate di cinema en plein air) non credo possano immaginare cosa significhi assistere ad una proiezione di questo tipo: inutile accennare alla magnifica cornice architettonica, alla luna che ogni tanto distoglie l’attenzione dalla pellicola, al fatto (non dimentichiamolo!) che la visione del film è assolutamente gratuita…
Per ogni cinefilo che si ritenga tale, oltre ad una programmazione assolutamente pregevole, possono bastare le dimensioni dello schermo sulle quali poserà il suo sguardo per alcune ore: 23 metri di base e 12 di altezza.

















Quest'anno la 25a edizione dell’evento è iniziata sabato scorso (se non contiamo l'anteprima di Benigni e di alcuni suo film). E solo nelle due prime serate abbiamo potuto rivedere tre film che hanno fatto la storia della settima arte: dei fratelli Méliès (da un soggetto di Jules Verne) Le voyage dans la lune nella copia colorata, Nosferatu il vampiro di Murnau e la versione del 1940 de Il ladro di Bagdad con un magnetico Conrad Veidt nei panni di Jaffar.
Il programma dei prossimi giorni prevede film di Kazan, Scorsese, Carné, Risi… unico neo, quest’anno mancano delle serate rivolte ai più piccoli, che ogni tanto, d’estate, possono fare uno strappo alla regola e rimanere svegli un po’ più del solito.
David Tolin

lunedì 30 maggio 2011

La Trafila garibaldina e la lunga calza verde

Ci sono molti modi per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia, ci sono molti modi per andare alla scoperta dei personaggi, dei luoghi, dei pensieri e dei fatti che hanno contribuito alla nascita della nazione. Oggi noi ve ne suggeriamo due.
Non conoscevo il bellissimo mediometraggio d’animazione La lunga calza verde di Roberto Gavioli, l’ho scoperto grazie a Roberta, attenta conoscitrice dell’immagine in movimento.
Un incontro straordinario: realizzato in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, il breve film racconta, in forma ironica e critica di un turismo che calpesta lo Stivale, e poi dell’epopea risorgimentale che ha determinato la nuova storia del nostro paese.Un capolavoro del 1961 che porta la firma di Roberto Gavioli e Cesare Zavattini.
Ideatore, assieme al fratello Gino, della Gamma Film, Roberto Gavioli ha realizzato alcuni tra i più interessanti lavori d’animazione che diventarono patrimonio degli italiani attraverso Carosello.
La lunga calza verde è un’occasione di visivo raffinata, capace di dare informazioni e di far entrare lo spettatore dentro la storia, di viverla assieme agli italiani che colorano di rosso la loro camicia e a Camillo Benso Conte di Cavour, che da abile stratega, tesse una verde Italia.
Il secondo incontro con l’Italia del Risorgimento è il nuovo libro di Angela Nanetti, Morte a Garibaldi, uscito per i tipi di Giunti.
Un romanzo per adolescenti che racconta di Melania, ragazzina milanese quattordicenne, che si vede coinvolta, contro la sua volontà, in un viaggio attraverso i luoghi della Trafila garibaldina, assieme al padre.
I genitori di Melania sono separati, la ragazza non riesce ad accettare la nuova famiglia del padre, e l’idea di trascorrere con lui una settimana in Romagna le fa orrore.
Ma lentamente il fascino del momento drammatico e avventuroso che porta Garibaldi nelle valli, la descrizione della sofferenza di Anita, il dolore dell’abbandono, la solidarietà silenziosa e salvifica di una rete di “italiani” che permettono al Generale di sfuggire agli austriaci, cattura Meliana facendole guardare il mondo con altri occhi.E accanto alle figure riportate dal passato, tra le pagine si muovono quelle dell’oggi: gli amici vecchi e quelli nuovi, gli incontri, gli amori. Bella la copertina.
Silvana Sola

mercoledì 3 novembre 2010

Tardi-Besson

L’inizio dello scorso agosto è stato allietato per i lettori del Corriere della sera da un inserto di Antonio D’Orrico pubblicato su Sette, in cui il giornalista presentò le novità autunnali della Rizzoli-Lizard.
Tra le varie anticipazioni si potevano leggere alcune strisce di Pratt (-Milani) e del suo (loro) ritorno de L’isola del tesoro, di Tuono Pettinato con il nuovo Garibaldi, ma anche di Magnus o Thompson (un altro ritorno prima Coconino Press: Blankets).
Personalmente mi soffermai soprattutto nelle pagine dedicate ad un maestro del fumetto francese Jacques Tardi, e sulla sua Adèle Blanc-Sec.
Fumettista della scuola francese della “ligne claire”, Tardi creò questo suo personaggio nel 1976 riuscendo subito a pubblicare con la storica Casterman.
Adèle et la bête, in Italia Le straordinarie avventure di Adèle Blanc-Sec, da cui è stato tratto il film, è il primo dei nove episodi che vedono protagonista questa giornalista e scrittrice dell’inizio del secolo scorso. Una donna fuori dal comune, sempre con una sigaretta in mano e cappelli vistosi in testa, che si vede alle prese con pterodattili, mummie, strani scienziati e criminali d’ogni sorta.
Sfortunatamente non sono riuscito a leggere il fumetto prima di vedere il film: forse a causa del poco successo, in Italia dopo solo 15 giorni dall’uscita, la pellicola si fatica a trovare nelle sale cinematografiche. L'altra sera ne ho quindi approfittato.
Luc Besson ha ricostruito una splendida Parigi dei primi del ‘900. La protagonista (ma vi saprò dire dopo la lettura della BD!) fa troppo il verso ad Indiana Jones. La pellicola, mantiene comunque un bel ritmo, tutto a base d’azione, mistero, risate. Una storia, a mio avviso, da vedere, ma credo (come dicevo, vi confermerò!) soprattutto da leggere…
David Tolin

martedì 29 dicembre 2009

La patria non è un inno nazionale

Elizabeth Laird ha sessantasei anni: è nata in Nuova Zelanda, ma è cresciuta a Londra.
A diciotto anni è andata ad insegnare in Malesia. Poi è tornata in Inghilterra e poi di nuovo in viaggio. In Etiopia, in Iran, in India, in Libano… Suona il violino, ama il cioccolato amaro, legge e scrive.
Scrive romanzi che riportano nelle pagine le vicende delle genti che ha incontrato nei suoi molti spostamenti, racconta la vita, nei suoi libri per ragazzi.
Una vita che fa i conti con le difficoltà del conflitto infinito tra Israele e Palestina nel romanzo Un piccolo pezzo di terra, in catalogo per Feltrinelli.
Un romanzo che dichiara un’infanzia desiderosa di normalità e di spazi per giocare, di palloni e di amicizia, un libro di speranza e di positiva ostinazione.
“Ce la faremo…: noi sopravviveremo.” sono le parole finali del libro.
Sopravvivere per immaginare un futuro migliore, sopravvivere per dichiarare la propria esistenza, un’esistenza che passa attraverso terribili prove.
Tara è curda, dovrà lasciare l’Iraq, vivere sulle montagne del Kurdistan, fare l’esperienza del campo profughi in Iran, e poi raggiungere Londra.
La protagonista del romanzo La patria impossibile, edizioni El, ritrovabile oggi solo in biblioteca e in qualche remainders, è come il giovene raccontato nel bellissimo film di Philippe Lioret, Welcome.
La tragedia del popolo curdo, l’asilo politico, le leggi contro la clandestinità, la ricerca del rispetto, oggi come allora: sono trascorsi diciotto anni da quando venne scritto questo romanzo, ma la lettura del libro e la visione del film dichiarano lo stesso tempo. Un tempo che trascorre senza riuscire a porre fine alle ingiustizie.
E’ una scrittura “militante” quella di Elizabeth Laird, una scrittura che entra dentro la vita, sempre all’erta, per cogliere ciò che sta dietro le quinte.
E’ del 2008 la pubblicazione in italiano, per i tipi di Piemme, di Quando nel mio paese crescevano gli aranci.
Elizabeth racconta il Libano che ha vissuto, la città di Beirut, la convivenza con checkpoint e i rumori di guerra. E nella prefazione al romanzo, ricorda:
“Una mattina, mentre tornavamo a casa in auto, ci accorgemmo con inquietudine che le strade e il mercato erano deserti. C’era un banco della frutta e le arance color oro chiaro rotolavano ancora per la strada. L’aria fremeva di tensione: la battaglia stava per avere inizio.”
Silvana Sola

martedì 6 ottobre 2009

La scuola di Stella

Ho visto Stella di Sylvie Verheyde (Francia/2008) due volte, la prima con il doppiaggio italiano, la seconda in francese. E nel passaggio all’originale è emersa per me una leggerezza in più, come un respiro meno affannato e più vitale nella percezione del rapporto tra Stella e la sua scuola che attraversa la storia di questo film emozionante. Stella, figlia undicenne di una giovane coppia della banlieu degli anni Settanta, cresciuta tra gli avventori adulti del bar gestito dei suoi imparando le regole di carte, sesso e calcio, va in prima media in una scuola dell’elite parigina. La diversità di Stella, segnata visivamente anche dal suo modo di muoversi e di vestire e raccontata dalla voce off del suo pensiero lucido e sofferente di ‘spettatrice’, è fin da subito in evidenza rispetto alla perfezione composta delle compagne insieme più infantili e più false. Stella si sente fuori eppure è dentro. Non ha scelto di essere qui. Non capisce i professori. Non parla con i compagni. Sente che ne è derisa. Prova per loro un misto di disprezzo e di invidia. Questa scuola, che potrebbe portarla oltre o meglio altrove, all’inizio è piuttosto il luogo dove Stella sperimenta la sua eredità e la sua identità ‘altre’ e quindi l’attrazione e la repulsione che le suscitano le diverse eredità e identità intorno a lei.
Poi però, per gli stessi motivi, questa scuola diviene il luogo dell’incontro con l’altro e della possibilità dell’uscire da sé crescendo oltre le proprie origini. E’ qui che Stella scopre come la possibilità dell’ascolto sia per lei legata all’ammirazione e all’amore per chi parla. E’ qui che supera la paura di essere giudicata arrivando a stupire il professore di lettere con un’esposizione di una sensibilità e di un’inventiva tutte sue. Ed è qui che incontra Gladys, la compagna che sa diventarle amica forse perché diversa anche lei, straniera letteralmente in quanto figlia di uno psicanalista argentino emigrato a Parigi.
Con Gladys Stella scopre i libri e il potere della letteratura sulla scoperta di sé e delle proprie potenzialità oltre il già vissuto, ma soprattutto vive l’affetto per una ragazza della sua età eppure con un’altra ‘eredità’, diversa eppure ugualmente aperta al cambiamento e alla paura. A lei, nell’intensa scena finale in cui le due si addormentano mano nella mano dopo la notizia della promozione, Stella può dire senza vergogna di avere ancora «paura di tutto». Con lei, compagna di scuola, Stella può essere se stessa e, per questo, uscire da se stessa.
Federica Iacobelli

mercoledì 22 luglio 2009

Il diavolo a quattro!

24 luglio, una delle ultime occasioni, della programmazione cinematografica in piazza Maggiore, assolutamente da non farsi scappare! Questa settimana, per il suo cinquantenario, alcuni capolavori della Nouvelle Vague. Ovviamente non poteva mancare François Truffaut, di cui si è scelto il suo primo lungometraggio, I 400 colpi, classe 1959, con il quale si avvia la serie che ha per protagonista il personaggio di Antoine Doinel. Come l’ha definito lo stesso Truffaut, il film è “una specie di cronaca dei tredici anni”, la solitudine di un adolescente raccontata attraverso una regia magistrale. Una “quasi” autobiografia di stampo documentaristico di cui vi consigliamo la visione, suggerendo anche la lettura del libro per ragazzi Corri François!
Il binomio cinema/libri è sempre stato determinante nella vita del regista: uniche vere possibilità di salvezza per i piccoli Antoine cresciuti senza amore (Mereghetti). E questo si capisce anche leggendo il Corri François! di Enrico Vecchi, egli stesso molto legato al cinema (attore, sceneggiatore e regista), alla sua prima esperienza di romanzo per ragazzi. L’autore, bilanciando elementi biografici a momenti di pura fantasia, è riuscito a cogliere l’essenza di questo personaggio, di bambino e adolescente “difficile”, di ladruncolo bugiardo, di studente insofferente e inconcludente agli occhi dei suoi insegnanti, di figlio degenere. Un bambino affezionato alla nonna Génevieve che gli trasmette la passione per i libri, un ragazzo che adora e odia una madre rimasta bambina, un adolescente che riuscirà a fare del cinema la sua passione, la sua ragione di vita: bellissima la scena in cui cinque-seienne s’intrufola curioso in una sala buia dove riesce a intravedere alcune sequenze de L’Atalante di Jean Vigo.
Il romanzo è uscito nel 2004, penultimo della prestigiosa collana Ex Libris della E.Elle edizioni.
David Tolin

lunedì 20 luglio 2009

NY, FAO-Schwarz… ascoltando un inusuale lettore d’albi illustrati!

Fine anni ’80. Primo anno di scuola superiore. Primi film scelti in autonomia.
Primo Woody Allen. Uscii dal piccolo cinema padovano, vicino a Prato della Valle, divertito ma un po’ malinconico, con in testa la musica di September Song, credo suonata da Reinhardt!
Radio Days è l’opera di un regista già nel pieno della sua carriera, la quale, oltre le divertenti commedie, annoverava già pellicole più intimiste del calibro di Interiors e Stardust Memories. La pellicola del 1987 si può forse considerare a metà tra queste due tipologie di film. Il film mi impressionò moltissimo per la sua leggerezza, la sua ironia, i dialoghi serrati, la colonna sonora, vero e proprio filo conduttore della storia.
Numerosissimi i piccoli ma ben delineati ritratti dipinti dal regista. Le vicende di varie star e starlette della radio americana, di cantanti e crooners, personaggi di programmi come The Shadow, il Vendicatore Mascherato, idolo del piccolo narratore decenne, si mischiano a quelle di una famiglia ebreo-americana della fine degli anni ’30, inizio dei ’40.
Si alternano ai racconti di zii appassionati di pesca, di padri sempre indaffarati in nuove avventure professionali per affrancarsi da un lavoro ritenuto non onorevole e per questo nascosto al figlioletto, di zie zitelle che, alla continua ricerca del prinicipe azzurro... una sera nebbiosa sarà abbandonata da uno dei numerosi spasimanti nel bel mezzo dell’invasione extraterrestre, La guerra dei mondi, interpretata da Orson Welles.
Radio Days è programmato mercoledì 22 luglio, sempre in piazza Maggiore, in occasione del centenario del premio Nobel, Guglielmo Marconi.
A spiegazione del titolo forse un po’ sibillino di questo breve articolo, terminiamo con un quiz per i cinefili più agguerriti. In quale dei film girati da Woody Allen negli anni ’90, si vede il regista leggere ad un bimbo un albo illustrato tra i giocattoli del newyorkese FAO Schwarz?
David Tolin

giovedì 16 luglio 2009

Un extraterreste nella camera dei bambini

Cogliamo l’occasione della presenza di alcuni film per ragazzi nella programmazione cinematografica bolognese in piazza Maggiore, per aprire nel nostro blog la sezione cinema. Il nome di questo nuovo segmento prende spunto da una pubblicazione del professor Faeti, uscita nella collana “Ombra sonora” delle edizioni Dedalo: La “camera” dei bambini.
Nel 1983, Antonio Faeti, allora docente di Pedagogia alla facoltà di Magistero, dava alle stampe questo interessante saggio su cinema, mass media, fumetti ed educazione, oggi disponibile solo in biblioteca. 
Primo dei film che segnaliamo è il capolavoro di Steven Spielberg, ET
l’extraterreste. Un pellicola che compie quest’anno ben 27 anni, ma che non ha perso nulla della sua freschezza e spettacolarità (dei tre oscar uno fu assegnato per gli effetti speciali).
Inutile ricordare la storia del piccolo alieno, abbandonato sulla Terra e accolto da Elliott. Tutti ci siamo emozionati vedendo crescere la grande amicizia tra i due personaggi e la solidarietà dei ragazzini davanti alla distrazione, all’ottusità e alla durezza degli adulti. Nessuno ha dimenticato la favolosa scena in cui la silhouette nera di una bicicletta si staglia sul cielo notturno davanti ad una magnifica luna.
Allora, tutti in piazza, domenica 19 luglio, alle 22,00.
Buona visione!... e buona lettura!
David Tolin

giovedì 25 giugno 2009

In piazza Maggiore con Andersen e Monsieur Hulot

Ci sono persone, come il sottoscritto, che attendono l’estate bolognese per potersi accomodare nelle seggiole di piazza Maggiore e godersi uno dei tanti film programmati dalla Cineteca. E finalmente, anche per quest’estate, sabato 27 giugno si inaugura la rassegna Il Cinema Ritrovato con l’inglese Powell e le sue Scarpette rosse, tratto da un racconto di Andersen. Altra segnalazione per mercoledì 1 luglio, Le vacances de Monsieur Hulot, primo film in cui compare il personaggio “lunare”, come dice il Mereghetti, del regista francese Jacques Tati. Un’esilarante pellicola in bianco e nero, per citare ancora il critico cinematografico, sempre in equilibrio tra comicità e poesia. Di Monsieur Hulot in libreria esiste nella collana “Piccole pesti” della nuovissima casa editrice Excelsior 1881, uno splendido albo illustrato e “muto” in omaggio al personaggio di Tati. Del marchio Rouergue, in origine, illustrato da David Merveille, Il pappagallo di Monsieur Hulot è una splendida promenade per le strade e i ponti di Parigi che vedrà finire Hulot tra le braccia di una bella ragazza grazie all’intervento di un pappagallo appena acquistato e subito scappato.

David Tolin

Immagine: David Merveille, Il pappagallo di Monsieur Hulot, Excelsior 1881, 2008