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mercoledì 16 marzo 2016

Attenti alle rane, dalle 19 alle 6


Stavo mostrando il lavoro di Martina Paderni su “Il re Salomone e la vecchia rana”, una fiaba ebraica inclusa nel volume Animalia, in catalogo per Einaudi Ragazzi.
Stavo ammirando, nella pagina, la vecchia rana quando mi sono imbattuta in uno strano cartello che invitava a ridurre al minimo la velocità per il passaggio delle rane. Un cartello molto chiaro e preciso, posto accanto al lago, nella Svizzera del Canton Ticino.
Il cartello indicava il passaggio delle rane dalle 19 alle 6 del mattino. Un cartello meraviglioso, una sintesi visiva che evocava mondi fiabeschi, ma al contempo suggeriva un giusto modo di vivere la strada. Un invito a scrivere una nuova storia sulle rane, sui loro movimenti. Rane, ranocchi che non si trasformano in principi, ma che dichiarano la loro natura. Oppure, come nelle raccolte di Esopo, che invitano a riflettere sui comportamenti umani.


Sono bellissime le rane che si preoccupano del matrimonio del Sole nell’albo illustrato Esopo. Favole, che porta la firma di Simone Rea, uscito per i tipi di Topipittori. E’ grande, quasi maestosa, la rana che rapisce Pollicina, illustrata da Charlotte Gastaut, nel volume pubblicato da Gallucci.



Da oggi inizia la mia ricerca visiva e letteraria di rane, ranocchi, rospi che mette accanto Walter Crane e Lisbeth Zwerger, Marina Vestita e Brunella Baldi, Max Veltjus e Beatrix Potter, La Fontaine, Andersen o Grahame...

Silvana Sola

martedì 26 gennaio 2016

Cappuccetto Rosso


Quando, oramai parecchi anni or sono, varcai la soglia di Palazzo Malvezzi per discutere la tesi in processuale amministrativo, non avrei mai immaginato che mi sarei trovata a seguire, confusa e felice, il professor Antonio Faeti in un freddo pomeriggio di inverno bolognese e a scoprirmi entusiasta erede di Cappuccetto Rosso in un percorso evolutivo di sopravvivenze.
Lo spunto, uno di quelli che ancora la città di Bologna offre a chi cerca vie alternative di conoscenza, una lectio magistralis tenuta dal professor Faeti, col supporto della professoressa Bernardi, in un teatro Testoni pieno di adulti riunitisi a rendere omaggio alla Letteratura per l’Infanzia e a Wolfango, un illustratore che ne ha fatto la storia con il suo stile e la sua identità di artista colto.
Smarrita dall’assenza di giuristi, non è stato difficile ritrovarsi, perché, a cercare e a farlo bene, Cappuccetto Rosso passa, è passata e passerà per le vite femminile che vanno oltre, che non si fermano alle imposizioni del materno, a quel dito puntato addosso quale ammonimento, quale suggeritore di pene severe congiunte a possibili trasgressioni, dipinto da Wolfango in una figura materna simile alla madre di Cristo.
Cappuccetto Rosso, come bene ha spiegato la professoressa Bernardi, è sì il desiderio infantile di accedere all’oscurità del bosco, al non conosciuto, la voglia e insieme il piacere di viaggiare, di scoprire, ma è anche il femminile che si fa conquistare dal desiderio e che per questo esplora, scoprendo pezzi di sé che abbattono il dito, l’ordine costituito delle cose, in nome di un sapere che conduce alla vita cosciente.
Oramai sono nel bosco e, intorno, il teatro ha lasciato il posto alla mia infanzia e alla mia storia di donna in un passaggio in cui il diritto torna in forme rinnovate a dare sostegno a Cappuccetto Rosso che rivendica la sua scelta come atto di libertà.
In fondo, come la lectio ci suggerisce, Cappuccetto Rosso  è sorella di Proserpina, è il femminile che si sottrae temporaneamente alla stabilità della terra offerta dalla madre Demetra per affrontare il buio, il mondo di sotto, in una sorta di rito sciamanico di iniziazione, un rito cannibalico che passa dalla forza e dallo scarto dell’identità maschile, dalla “lupitudine”, per dare modo alla donna di ricongiungersi alla saggezza degli avi e di farla propria, di interiorizzarla, senza necessità di imposizioni.
Riportata al presente e felicemente spiazzata dalle mutevoli voci del professor Faeti che legge Stefano Benni e Sergio Tofano, che legge Giorgio Soavi e Marie-Louise Von Franz, allieva di Jung, mi perdo tra le mille identità vocali di questo in apparenza burbero signore, che tanto mi ricorda il dualismo dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, laddove un mostro non è mai solo un mostro, e torno alla complessità della vita e della storia che si sta narrando, mi immergo, dietro alla sua voce, nei colori e nelle scelte di Wolfango e incomincio a ritrovarmi, seppur nell’apparente “caos”.
Se la fiaba è dominata dal principio di variazione che apre le porte a una moltitudine di significati e se essa trae spunto da ciò che noi non riusciamo a vedere, ma che c’è, dalla vita insomma, forse anche la storia di chi scrive può essere una fiaba e ogni suo pezzo può trovare il suo incastro e il suo senso.
Diritto e fiabe, a ben guardare, possono darsi la mano, almeno per il tempo necessario a Cappuccetto Rosso a contestare l’autorità in nome di un diritto inviolabile, quello di vivere la vita che più gli appartiene, che più ci appartiene.

Alessandra Bartucca, allieva master Accademia Drosselmeier 2015/2016

martedì 23 giugno 2015

Jutta Richter torna alla Fiaba



Non ho ancora visto il film di Garrone tratto dal Basile, ma ho letto molte cose di tono fiabesco, fra queste l'ultimo libro di Jutta Richter uscito per Salani.
Leggere le pagine di questa grande scrittrice tedesca è sempre un gran piacere ed è ancor più piacevole seguirla in questo aperto e sentito elogio del fiabesco. 
Le fiabe sono vere, diceva Italo Calvino, come vere sono le figure che si muovono in questo racconto. Un carbonaio che sogna di essere il terzo figlio di un mugnaio a cui le cose vanno bene, con tanto di happy end, di amore e ricchezza (ricchezza di vita, di sentimenti e anche di denari che aiutano). Sono aspirazioni di ogni essere umano, le fiabe lo sanno da tanto tempo (c'era una volta). Se da un lato c'è Robert il carbonaio, che si vergogna delle sue mani nere, dall'altra parte, nel bosco, c'è Karla, abilissima nel fare la maglia e confezionare calzini rossi, calzini magici con i quali i piedi si trovano a proprio agio. C'è una vecchia, come in ogni fiaba, e ci sono le storie, senza le quali non ci sarebbe né amore, né colore. Resterebbe solo una grigia città abitata da manichini, ci dice Jutta Richter. Una pagina molto bella è dedicata all'Amore: una persona si può innamorare in tre modi diversi. Andate a leggere la storia se siete curiosi sull'Amore.

Grazia Gotti

lunedì 6 ottobre 2014

Mnemosyne e Teresa


Teresa Buongiorno, più in forma della Yourcenar che era un po' sciatta, mi ha sempre affascinato per la sua dote principale, quella di non invecchiare. Dall'abbigliamento alla vivacità, sempre attenta a cogliere lo spirito del tempo, e a mantenere dentro lo spirito del tempo la sua unicità, cavalca al galoppo la Storia della Letteratura per l'Infanzia del Novecento, segnando un percorso che merita al più presto un libro, una biografia d'autore, come si meritano le figure importanti della storia letteraria. Questo è il primo pensiero che mi affiora dopo aver terminato la lettura del suo splendido Dizionario della Fiaba, appena arrivato in libreria, grazie (non per dire, ma un grazie sentitissimo) all'editore Lapis.
Dal Dizionario manca infatti la voce Buongiorno fra Browning e Byatt. Sarebbe stato un caso di conflitto di interessi (che si discute in settimana alla camera) sul quale non avrei avuto nulla da eccepire.
Questo volume ha tanti meriti che non si sa da dove cominciare.
Dal titolo che ho dato a questo post, Mnemosyne, la madre di tutte le arti.
Grazie Teresa di avere onorato questa figlia di Urano e di Gea, con la tua tenace e puntigliosa precisione della storica. L'amore per la Storia, contratto nel corso degli studi, ha prodotto un buon succo, oggi salvifico. Nel Dizionario ritornano le date, scomparse nel 1968, come tu dici degli Elfi e delle Fate. Poi ritornano i libri, i saggi, gli studiosi della materia, gli scrittori che alla Fiaba sanno di dovere sempre ritornare. Non ti dico la felicità alla pagina 205 a proposito della fiaba letteraria Schiaccianoci e il re dei topi, essere annoverate nella  parte della Fortuna, dopo la grande Musica e il Cinema, come Accademia Drosselmeier e negozio di giocattoli. Che regalo! Ma non sarà immeritato? E tutte le citazioni di libri Giannino Stoppani, da Alice a Morandi. Grazie!
Ecco penso che nelle fiabe il merito sia tenuto in gran conto, se superi le prove, ce la fai, soprattuto con la bontà, l'intelligenza, il coraggio. Non è così? Forse è per questo che ne siamo cultori, non siamo affatto pochi. La conta che si può desumere dal tuo libro dà un elenco bello ricco.
La scrittura. Tu metti sempre le mani avanti dicendo che è un opera “giornalistica”, come a scusarti,  dici che è per le persone semplici, mica per quelli del mestiere. Io ritengo che dovrebbe essere obbligatoria ai licei pedagogici e ai corsi di Letteratura per l'Infanzia delle nostre università.
Propongo una raccolta di firme da inviare ai due ministri che hanno appena lanciato il progetto dal titolo Libriamoci (titolo che tu non avresti approvato se ti avessero interpellata), per far partire una circolare ministeriale in tal senso. Non si potrebbe lanciare a Roma in occasione di Più Libr Più Liberi?
Scrittura giornalistica, dici. Per me sei magica come narratrice quando ti cimenti con la trama. Per solito io salto le trame, sia nelle recensioni che nei dizionari. Sono talmente legnose e ingarbugliate che ci perdo la testa. Le tue sono quelle di una affabulatrice e chi ti conosce di persona sa bene come anche oralmente non ti sia meno la capacità affabulatoria. Mi sono accorta di aver abbandonato il distacco dell'inizio e di essermi rivola a te, galoppatrice libera di praterie e camminatrice di montagna, in compagnia di Dolasilla e Lujanta. Grazie per questo bel lavoro, che regala linfa a quanti vogliano mettersi a leggere e a studiare.

Grazia Gotti 

venerdì 20 giugno 2014

Pelle d’asino, fiaba dell’essere e dell’apparire



Alcuni giorni fa, su invito di Alessia Napolitano (libreria RadiceLabirinto), ho partecipato, a Marzaglia, ad un incontro inserito nel ricco programma del Festival della Fiaba che si è concluso domenica scorsa.
Il tema del mio intervento era l’armadio delle fiabe: trame, orditi, tessuti, abiti da indossare.
L’occasione mi ha portato a rileggere “Pelle d’asino”, una fiaba che da bambina non volevo ascoltare.
Sentivo dolore e tristezza nel racconto delle vicende della sfortunata principessa e, nel mio immaginario infantile, la pelle d’asino che celava un essere umano, era un’immagine terribile (forse aiutata da un brutto visivo).
Nella rilettura ho trovato un testo straordinario, una fiaba complessa che mette in campo un potenziale incesto, l’amore filiale, la virtù, il dolore.
Ho trovato sarti capaci di tessere abiti impossibili in cui sono racchiuse le sfumature del cielo, il colore della luna e lo splendore del sole.
Abiti da sogno, adatti alla principessa più bella che sceglie, di fronte all’insano amore del padre, la fuga. Una fuga protetta da uno speciale mantello realizzato con la pelle irsuta dell’asino fatato.
Un mantello che nasconde l’identità, che cela la bellezza, un mantello asinino motivo di scherno e di esclusione sociale.
L’ho riletto nella bella traduzione in versi di Maria Vidale, pubblicata in Tutte le fiabe, edizioni Donzelli, accompagnata dalle figure di Élodie Nouhen, illustratrice francese abile nella tecnica e fine interprete dello spirito delle fiabe di Charles Perrault destinate alla corte del Re Sole prima, e all’ascolto di tutti poi.
Una fiaba dell’essere e dell’apparire che nelle parole evoca la tavolozza dei colori di Antoine Watteau e, al contempo, dichiara il coraggio, la forza dell’innocenza, la statura morale.

Silvana Sola

giovedì 12 giugno 2014

C'era una volta a fumetti



L'editore newyorkese First Second ha pubblicato un denso e ricco volume di favole classiche illustrate da fumettisti. L'effetto è sorprendente, tutto il conosciuto si accende di nuova luce, l'occhio cerca la composizione della pagina, il segno, le inquadrature, i caratteri visivi dei personaggi. Hansel e Gretel, Biancaneve, Cappuccetto Rosso stanno accanto a Baba Yaga alle 12 Principesse danzanti, a Rapunzel e ad altri personaggi di fiabe meno note in un caleidoscopio susseguirsi di stili.
Fra i tanti riconosco la mano di Jillian Tamaki per Baba Yaga. Di questa cartoonist ho molto apprezzato This One Summer, che uscirà, con il titolo E la chiamano estate, per Bao Publishing.
Si segnala anche il lavoro di Luke Pearson per  "The Boy Who Drew Cats", una bellissima storia giapponese che non conoscevo.
Grazia Gotti


lunedì 10 febbraio 2014

Vitali Kostantinov



Ancora e sempre Andersen per ricordarci che il Re è Nudo. I Vestiti nuovi dell'Imperatore è un topos  che ci ricorda della possibilità di dire la verità, che ci ricorda che siamo liberi, la servitù è volontaria ha ricordato qualcuno. L'uso insistito del verbo ricordare è voluto, come a sottolineare che sembriamo tutti affetti da smemoratezza. Ciò che sta dietro di noi  ė svanito, nascosto ai nostri occhi e al nostro cuore, e il futuro non siamo capaci di sognarlo, di sperarlo. Allora le vecchie favole, non tanto diverse dalla vita, ci possono venire in aiuto. Vitali Kostantinov attualizza questo grido anderseniano, pronunciato dalle labbra di un bambino, con straordinaria efficacia. Bellissimi i due sarti compari, uno certamente russo mentre l'altro potrebbe essere francese o italiano. Il bambino, vestito da marinaretto, è un educato bambino borghese, con l'aria, però, da piccolo Gian Burrasca. Il libro, pubblicato in Germania da Jacoby e Stuart ė spassosissimo, un pop up intelligentemente congegnato per svelare la bugia del Potere e la sudditanza della Maggioranza, appunto silenziosa. Vitali, grande disegnatore russo, non lascia perdere, ha speranza che la denuncia sia necessaria e salutare.
Grazia Gotti




lunedì 17 dicembre 2012

Caro vecchio Esopo



Se fossi Ministro della Pubblica Istruzione, dopo la Gelmini penso che nessuno griderebbe allo scandalo, sono laureata in Pedagogia e il concorso per diventare maestra l'ho superato a Bologna, renderei obbligatoria la lettura di Esopo.
Poi, forte dell'autorevolezza di ministro farei una telefonata ad un direttore di un giornale e gli chiederei di dedicare due pagine ad Esopo, presentando tutte le edizioni per bambini in commercio. Ne verrebbe fuori un'Italia, quella dei libri, molto piú evoluta di quella che passa nei media. Nella rassegna che qui si presenta, per la parte narrativa Giusi Quarenghi per Rizzoli é strepitosa per armonia, leggerezza, suono, un prodigio della lingua.
Un prepotente farà quel che ha deciso, tu faccia brutto o bel viso. 
Non aspettarti gratitudine dai prepotenti. se non ti fan danno, possiamo già essere contenti!
La pazienza, talvolta, giova piú della rivolta. 
Chi rifiuta un consiglio saggio, certo andrà incontro al peggio.
Chi vuole anche quel che non gli tocca, resterà con niente in bocca.
I trucchi dei prepotenti non ingannano gli intelligenti.
Quella di Rizzoli é la sola edizione che riporta la sintesi morale ed é per questo che oltre che per la lingua è la mia preferita.
Per le illustrazioni la proposta é davvero ricca, tanto che si potrebbe fare un corso di illustrazione dedicato all'interpretazione. La rilettura di Jean-Francois Martin, sempre per Rizzoli, passa attraverso Grandville e il Noir e la grafica Anni Trenta porta lindore e ordine in un mondo popolato di figuri poco raccomandabili, sia che calchino una bombetta, una coppola, o un Borsalino.
Grazia Gotti








mercoledì 14 marzo 2012

Il cammino dei lavoratori

I musicanti di Brema messi in scena da Claudia Palmarucci, più che vecchi, come recita il testo, sembrano lavoratori di mezza età in esubero, di quelli che una volta scivolati nella zona grigia della mobilità, nessuno più riassume. Il loro sguardo triste fa pari con la composta e dignitosa postura che Claudia Palmarucci va giustamente a ripescare nei lavoratori in cammino di
Pelizza da Volpedo. Camminano dritti i quattro verso la luce proveniente da una casa dentro cui si svolge una cena di briganti che se la godono. Questi briganti hanno l’aria di essere banchieri, grand commis di Stato, presidenti delle società partecipate, faccendieri, assessori regionali, e stanno tutti intorno al più faccendiere di tutti che siede, lui solo, sulla poltrona del capo. L’epilogo della storia è noto ma ciò che qui è giusto sottolineare è la straordinaria capacità della illustratrice di dare volti, abiti, movenze e atmosfera al racconto che, come recita la quarta del libro, è uno spartito di libertà. In questa eloquentissima fotografia dei nostri giorni, pubblicata da Orecchio Acerbo, non mancano le donne: ve ne sono due fra i briganti e questa è una variante del moderno. Una è tonda ed ha l’aria famelica, l’altra, ripresa di tre quarti, ha un modo più contenuto, più sobrio, tipo il Ministro Fornero. Bellissimo libro!
Grazia Gotti

venerdì 21 ottobre 2011

Accademia di Francia: seggio numero 23

È bella l’edizione di Tutte le fiabe di Charles Perrault, in catalogo per Donzelli.
È curata e coinvolgente la traduzione di Maria Vidale, che firma anche l’interessante postfazione.
La sua lingua ci porta nella Francia di fine Seicento, a confrontarci con le fiabe del grande scrittore e fabulatore francese, membro dell’Accademia di Francia. Fiabe classiche che ritornano, alcune patrimonio dei bambini di molte parti del modo, altre che, per una crudezza ritenuta eccessiva, sono state spesso escluse dalle proposte rivolte ai piccoli lettori, altre ancora che hanno cambiato nome nel passaggio da una cultura all’altra.
Il libro, nato originariamente in Francia presso l’editore parigino Gründ, ha un corredo visivo di figure delicate realizzato da Élodie Nouhen, frutto di abilità e perizia nell'uso delle matite colorate. Élodie, artista e illustratrice francese, ha al suo attivo albi illustrati di qualità per diverse sigle editoriali d’oltralpe. Albi che esaltano il suo lavoro di ricerca, il segno personale, l’uso calibrato del colore.
Silvana Sola

venerdì 13 novembre 2009

Re, fate, gnomi e giornalisti

Ecco l’ultima segnalazione sul Fiabesco: Il Piccolo Re dei fiori, di Kveta Pacovska, ripubblicato da Nord Sud. Abbiamo molto amato la prima apparizione italiana di questo libro, nell’edizione bianca di Alfredo Stoppa per le edizioni C’era una volta di Pordenone. Alfredo era un libraio appassionato che aveva pubblicato Roberto Innocenti, Lisbeth Zwerger, la prima Octavia Monaco, Giovanni Manna fra gli altri, ora è uno scrittore autore di tanti libri. A Kveta Pacovska abbiamo dedicato una mostra, documentata dal catalogo L’albo illustrato è una galleria d’arte. Altre fiabe interpretate da Kveta sono Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel. Il Piccolo Re dei fiori è una fiaba sull’amore, per grandi e bambini.

Nel congedarci dalle fiabe porgiamo una piccola riflessione su stampa e libri per bambini.

Prendiamo ad esempio La Repubblica che il giorno 5 novembre pubblica un riquadro nella pagina centrale della Cultura per strillare che le fiabe non vanno più di moda. Basandosi sui dati forniti da Liber, il trimestrale d’informazione bibliografica e di orientamento critico di Campi Bisenzio, l’articoletto ribadisce che non ci sono novità e che le fatine contemporanee hanno un nome, quello delle ragazze con le ali, e che il gatto con gli stivali è stato soppiantato da uno stratopico topo.
Qualche giorno prima, il grande quotidiano nazionale aveva dedicato uno spazio rilevante al “fenomeno” del ragazzino creato dal disegnatore sconosciuto che dopo tanti rifiuti ha trovato il successo. Per alimentare il “fenomeno” La Repubblica annunciava il terzo libro della serie in uscita il prossimo febbraio!
E ancora domenica 8 novembre un’intera pagina dedicata all’Hansel e Gretel di Lorenzo Mattotti, per strillare che non si tratta di un paesaggio per bambini, che non c’è happy end, nessuno sconto alle profondità del sangue e dell’angoscia da cui nascono tutte le favole (!).
Tre occasioni mancate, di certo non un buon servizio reso al lettore.
Una notizia non vera, una inutile, la terza dannosa.
Allora qualche domanda (meno di dieci) a La Repubblica.
Chi ha scritto che le fiabe sono sparite?
Perché scrivere a novembre di un libro in uscita a febbraio?
Riesce a proporre una figura autorevole da mettere accanto a Montesano che si interroghi e ci aiuti a capire perché i libri per bambini sono così “neri?”
Potrebbe far intervenire Scalfari e Citati sul tema “Se i pomodori non sono più rossi cosa sono i libri per bambini?”
Perché i giornali europei dedicano rubriche ai libri per ragazzi, con frequenza e continuità?
Un’ultima domanda riassuntiva: Non crede che debba tornare in vita il giornalismo di Cultura?
Venerdì 7 novembre ancora sulle pagine culturali si dava conto dell’imminente approvazione della tanto attesa legge sul libro. La giornalista che si occupa di cose librarie ne dava conto da Ivrea, sede del sesto Forum della Lettura. In realtà la giornalista non c’era, e quindi noi lettori non sappiamo nulla dei tre giorni di dibattito al quale hanno partecipato tante persone. Peccato, ancora un’occasione mancata!
Davvero l’ultima domanda.
Gent. Ezio Mauro pensa che tutto ciò abbia a che fare con il desolante dato della lettura nel nostro Paese?
Grazia Gotti

giovedì 12 novembre 2009

Bauli dal Marocco

“Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma all’uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché, in apparenza, non servono a niente: come la poesia e la musica (…). Servono all’uomo completo. Se una società basata sul mito della produttività (e sulla realtà del prodotto) ha bisogno di uomini a metà - fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà - vuol dire che è fatta male e bisogna cambiarla. Per cambiarla occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immaginazione” Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi.
Vorremmo aggiungere che le fiabe servono alla geografia, alla storia, all’antropologia… e servono alla vita dell’uomo, in tutto il mondo.
Saida Azdod si occupa di mediazione linguistica e culturale, ha genitori marocchini, ma è nata a Milano: ha raccolto, dalla voce di immigrate, fiabe che si erano adagiate ai piedi della catena dell’Atlante e le ha affidate a Sofia Gallo, che è scrittrice e vive a Torino.
La casa editrice Sinnos ne ha fatto un progetto editoriale, I bauli dell’eredità e altre fiabe dal Marocco, che si avvale delle illustrazioni di Lucia Sforza che vive a Roma ed è specializzata in tecniche d’incisione tradizionale e alternative.
Una storia di incontri che hanno portato ad un bel libro di fiabe che ci porta in Nord Africa, che ci apre le porte alla cultura del Marocco, che ci racconta storie tradizionali incredibilmente simili a quelle che abbiamo sentito raccontare dai Grimm e da Perrault… tre sono i capretti alle prese con un orco che vuole violare la loro casa, tre i porcellini impegnati a difendere mura e vita.
Il termine incontro, una bellissima parola che descrive una relazione, un punto di contatto, è il filo conduttore di molti libri presenti nel catalogo Sinnos.
E Giufà, scritto da Francesca Corrao e illustrato da Chiara Carrer, uscito con una nuova veste grafica, è l’esempio perfetto, capace di descrivere l’incontro.
Giufa, lo sciocco, il tonto, è un personaggio ponte: si può chiamare Guha, Nasreddin Hoca, Togno goffo, è arabo, turco, siciliano, genovese, parla lingue diverse, ma vive storie che hanno lo stesso contenuto, si muove in una geografia fiabesca che elimina i confini propri di un paese e definisce nuovi spazi di conoscenza.
Arrivano da molto più lontano, per essere lette, scoperte, guardate, ascoltate le fiabe dell’Oceania.
Portano la firma di Luigi dal Cin e offrono un corredo iconografico di grande respiro. Le immagini sono realizzate da Ottavia Monaco, Pablo Auladell, Eva Montanari, Steve Adams e molti altri e sono tratte dalla ventisettesima edizione della mostra internazione dell’illustrazione per l’infanzia di Sarmede.
Il libro, Echi d’Oceano, uscito per i tipi Franco Panini Ragazzi, ci porta verso luoghi magici, ma geograficamente censiti, come le isole della Società, le isole Cook, le isole Salomone, le Fiji e le Nuove Ebridi, ci apre ad un universo fiabesco che ha come protagonisti canguri e conchiglie, pesci luna e koala, narra di magie e di realtà già magiche per come vengono descritte, fiabe che arrivano da lontano ma parlano la lingua del mondo.
“Soffiate venti potenti / sabbia nera soffiate dal mare / accecate i giganti violenti / che non mi possano più ritrovare. / Soffiate venti potenti / sabbia bianca soffiate dal mare / accecate i giganti violenti / che da mia mamma voglio tornare.”
Silvana Sola

Immagini:
Lucia Sforza, I Bauli dell'Eredità, Sinnos, 2009
Pablo Auladell, Echi d'Oceano, Franco Panini, 2009

mercoledì 11 novembre 2009

Fiabe russe






















Nella bella collana “I Velieri” di Motta Junior ritornano le Fiabe russe illustrate dal Ivan Yakovlevic Bilibine. Il grande illustratore, allievo del pittore Ilya Repin, illustrò le fiabe nel 1899 e da allora zar, principi, lupi, boschi, palazzi e baba yaghe vestono i suoi colori. Molto meno note di quelle di Perrault e dei Grimm e frutto della cultura di uno sterminato territorio, le fiabe russe riservano al lettore straordinarie sorprese, prima fra tutte il ruolo femminile. L’eroina, quasi sempre bellissima, è anche molto intelligente, saggia, accanto a un maschio a volte sciocco. Nella cultura slava sembra ancora viva la traccia del matriarcato studiata dallo slavista italiano Evel Gasparini (1900- 1982). Nelle fiabe russe c’è anche molta Bellezza, ci ricorda Eridano Buzzarelli, curatore della raccolta di Alexander N. Afanasiev. “La bellezza salverà il mondo”, questa frase oscura di Dostoevskij rimanda anche alla bellezza dei riti e dei canti della religione greco-ortodossa, scelta per queste caratteristiche dal principe Vladimir di Kiev. Belle sono le immagini di Vsevolode Nicouline, che accompagnano le fiabe di A.S.Puskin nelle edizioni Ulrico Hoepli. Nicouline era nato ad Odessa nel 1890 e si era stabilito in Italia nel 1920. Illustrò per Hoepli anche le fiabe delle Mille e una notte che ancora si trovano in commercio. Il gallo d’oro e altre fiabe sono tradotte in prosa da Mary Tibaldi Chiesa, figura di scrittrice, editor, curatrice colta e raffinata di tanti libri per bambini del primo Novecento. Per capire “come eravamo” si consiglia di leggere la prefazione, uno scritto di 15 pagine vergato in un’amabile lingua italiana (Mary conosceva molto bene il francese, il tedesco, l’inglese e il russo). Una prefazione colta che racconta Puskin bambino, fanciullo, giovane romantico capace di leggere in italiano i nostri poeti Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso e i nostri scrittori, Alfieri, Manzoni, Pellico e Pindemonte. Amava anche la musica italiana, in special modo Rossini.
Grazia Gotti

Immagini: Vsevolode Nicouline, Il gallo d'oro e altre fiabe, Hoepli Edizioni, 2008

martedì 10 novembre 2009

La fiaba è come un sassolino bianco

Nella Morfologia della fiaba, Propp riconosce alcuni temi e personaggi ricorrenti. L’allontanamento, la casetta nella foresta, il tranello, l’aiutante magico, il ritorno… Sono motivi che attraversano trasversalmente il tempo, le geografie, le culture. Anche per questo le fiabe ci sono così familiari, perché esplorano le viscere dell’animo umano, raccontando della paura e del coraggio, delle avversità e della speranza. Hansel e Gretel è una delle fiabe più famose raccolte e raccontate dai Fratelli Grimm, proprio perché racchiude un turbamento profondo che va al di là del tempo. Io la ricordo, nelle mie letture di bambina, non tanto per la favolosa e succulenta casetta di marzapane, piuttosto per la fortissima soddisfazione che sentivo quando Gretel spingeva la strega nel forno. Una scena che guardavo, più e più volte, sfogliando le pagine della mia versione, un libretto sottile e consunto dall’amorevole uso. Mi pareva di poter essere io a compiere quel gesto coraggioso, fiera del fatto che fosse proprio una bambina ad avere avuto quella prontezza di spirito.
Chissà se mi sarebbe piaciuta, la versione di Walker Books, con la bella copertina colorata e glitterata (senza essere trash) e con la fiaba, ricca e intensa, ri-raccontata dal Children’s Laureate Michael Morpurgo. Probabilmente si, perché qui la matrigna è anche la strega (io lo sospettavo, anche se la fiaba diceva che era semplicemente morta) e la mamma è viva, era stata solo trasformata in un salice. L’albo, uscito nel 2008, è illustrato da Emma Chichester Clark, capace di raccontare l’alternanza delle emozioni, con un’incredibile gamma di verdi.

















Dello stesso anno è anche l’adattamento uscito per Kalandraka. Qui, al posto di marzapane e zucchero, abbiamo pan di spagna, cioccolato e caramello che, come madeleine visive, accompagnano in un’assonanza di colori le atmosfere surreali e le tinte ocra e mattone di Pablo Auladell. L’illustratore mescola gli acrilici e gli acquerelli con una sapiente ricetta, che fa venir voglia di allungare un dito per intingerlo nel tetto di cioccolato. Geniale e molto efficace poi, il doppio volto della strega, falso pagliaccio dalle guance color ciliegia, che nasconde la mostruosità nella forma del becco adunco di un corvo.
Ultima arrivata, la versione di Lorenzo Mattotti per Orecchio Acerbo, in contemporanea in Francia per Gallimard, scava nel buio di questa fiaba in bicromia. Un bianco che è solo un riverbero lontano e un nero cupo, profondo. Un nero, dentro il quale, da bambina, priva dei miei sassolini bianchi, forse non mi sarei ritrovata.
Elena Rambaldi

lunedì 9 novembre 2009

Nel tempo, oltre il tempo

“Due millenni di secolo ci separano dalle prime immagini ispirate alle favole di Esopo. Il loro moltiplicarsi nei secoli e la loro fortuna sono affidate all’affermarsi delle successive trascrizioni, traduzioni, moralizzazioni, e riduzioni in poesia e in prosa…”
Così inizia il saggio di Paola Pallottino raccolto nel volume Esopo e la volpe. Iconografia delle favole dal IV a.C. al XX secolo pubblicato da Franco Cosimo Panini, in occasione della mostra ospitata a Modena, al Museo della Figurina, nella primavera scorsa.
Una mostra che racconta l’intramontabilità della favola, il suo sopravvivere al tempo, la sua capacità di presentarsi con un cuore antico ma sempre nuova nella forma, nell’iconografia, nella confezione.
E’ nuova l’interpretazione che propone l’editore Gallucci nel libro Fiabe: a Pablo Echaurren, pittore, illustratore, fumettista, scrittore è affidato il compito di raccontare che “Nel sesto secolo avanti Cristo uno schiavo greco deforme, di nome Esopo, inventò la favola. Per questo fu ucciso. Da allora le sue storie immortali continuano a svelare agli uomini il loro vero volto.” E dallo schiavo sul quale la sorte si era accanita: brutto, malformato, balbuziente o forse muto, sono arrivati fino a noi testi unici, centinaia di favole capaci, attraverso figure allegoriche, di parlare dei vizi e delle virtù degli uomini.
Echaurren dà corpo alla superbia rappresentando galli dai colori forti, tronfi, presentuosi, variegati pesci grossi intrappolati dalle rete e pesci, piccoli, minuti, che riescono a sfuggire dalle maglie per la loro esile conformazione.
Appaiono, invece, meste le volpi illustrate da Fulvio Testa nelle Favole di Esopo presenti nel catalogo Emme Edizioni, avvilite dalla mancata astuzia, mentre maestosi e riconoscenti sono i leoni di fronte a provvidenziali topolini.
Illustrazioni-quadro che ricreano l’atmosfera della favola narrata, ne esatano il lindore, la semplicità, la purezza, figure che invitano a soffermarsi sulle parole, a cogliene il significato profondo. Oggi e per migliaia di anni a venire.
Silvana Sola

venerdì 6 novembre 2009

Lezione di Stile

Le immagini di lupi, cacciatori, streghe e fate, sempre ristampate e rinnovate, costituiscono un vasto patrimonio. La loro libera circolazione permette un arricchimento della nostra cultura visiva. Raffinate e di buona fattura, o bislacche e indegne di stampa, le immagini delle fiabe si sedimentano e determinano il gusto estetico del lettore in erba. Segnaliamo oggi le raffinate e colte interpretazioni di Steven Guarnaccia, figura di spicco della cultura contemporanea. Steven è un disegnatore ma anche tanto di più: art director, insegnante al Parson di New York, divulgatore di cultura visiva. Nella sua rilettura delle fiabe classiche si fanno protagonisti l’Architettura e il Design.
Le case dei tre porcellini sono ridisegnate da Steven ricalcando le opere di tre grandi architetti: Frank Gehry, Philip Johnson, Frank Lloyd Wright, i
porcellini architetti leggono “Domus” e “Abitare”, mentre gli arredi di Riccioli d’oro, portano le firme dei grandi del Design.
Steven abita e lavora negli Stati Uniti, ma è nella vecchia Europa che ha trovato le case editrici aperte e pronte ad accogliere il suo importante lavoro.
Riccioli d’oro e i tre orsi è stato pubblicato prima in Francia, da Seuil, poi in Italia, dall’editore Corraini. I tre porcellini è invece tutto italiano, mantovano. Come dichiara Steven, il progetto di libro ha preso vita ed è stato realizzato nella città di Marzia e Maurizio Corraini. Con le fiabe classiche è dunque possibile entrare nel Contemporaneo e una visione pedagogica consapevole e colta, indicherebbe questi due gioielli come testi obbligatori nella scuola primaria.
Grazia Gotti

PS
Una bella novità su Sky: il cartone animato di Olivia!

giovedì 5 novembre 2009

Un usignolo tra fiori e cavoli

La ventitreesima perla che si inanella nella collana “i cavoli a merenda” nel catalogo Adelphi è Il segreto dell’usignolo, uscito l’anno scorso in casa De Eenhoorn, nella riscrittura barocca di Peter Verhelst. Il racconto è una ripresa della classica fiaba di Hans Christian Andersen, la storia dell’imperatore cinese nel cui immenso e splendido giardino si trova un piccolo e insignificante usignolo dalla voce straordinaria. In questa versione della fiaba, che allo scrittore fu ispirata nel 1845 dalla cantante svedese Jenny Lind, abbondano gli aggettivi: sterminati i giardini, grigi gli usignoli, agili le sguattere, magnifiche le voci, perfetti gli automi...
Al contrario i colori del fiammingo Carll Cneut che fin dalla prima tavola ci sommerge di gialli, rossi, blu e verdi nella loro gamma più fredda, sono a volte scuri e cupi, come cupissimo è il favoloso giardino imperiale. I personaggi, la bambina, il camerlengo, l’imperatore, sono lividi e statici. Queste figure rimandano a Schiele, esprimono tormento, assenza di gioia.
Un libro che molti ameranno come già hanno apprezzato dello stesso illustratore le altre cinque perle de “i cavoli a merenda”: il dolce Cuore di Carta, la misteriosa Greta la matta, il divertente Mostro, non mangiarmi!, il coloratissimo Un milione di farfalle e la tenerissima La meravigliosa storia d’amore di Mr Morf.
Grazia Gotti - David Tolin
Immagini: Carll Cneut, La meravigliosa storia d’amore di Mr Morf, Adelphi, 2004; Carll Cneut, Mijnheer Ferdinand, De Eenhoorn, 2004

mercoledì 4 novembre 2009

Lisbeth, Kate, Antonella e il Pifferaio

“Da più di due secoli esiste la Storia della letteratura per l’Infanzia, e di essa la Zwerger fa parte, non solo perché contribuisce notevolmente ai suoi attuali sviluppi, ma soprattutto perché in essa colloca tutta se stessa” ( Antonio Faeti ). Al repertorio delle fiabe classiche Lisbeth ha sempre attinto, sin dai suoi esordi, rischiando l’inattualità. Guardava al classico, non era “moderna”, era delicata, sfumata, “sussurrante”, per ritornare al memorabile saggio di Faeti in C’era una volta, edizioni Giannino Stoppani, 1989.
“L’anti-natura di Lisbeth Zwerger è uno dei fondamenti del suo stile: i suoi personaggi sono di porcellana come i monti e le case. Se un’etica appare qui “naturale” è perché si è riusciti a tradurla in una formula in cui essa coincide con l’eleganza”. Con la consueta eleganza Lisbeth ha attraversato lupi, antri di streghe, interni biedermeir, deserti e abissi, per approdare ora alla figura del Pifferaio per le edizioni Nord Sud.
L’ universo infestato dai topi, l’atmosfera cupa del racconto, non piegano il suo stile, la sua
eleganza, come non si piegò la grazia femminile di Kate Greenaway nell’illustrare il Pifferaio di Robert Browning, nel 1888. Kate Greenaway retrodatò i suoi bambini e i costumi a fine Settecento, suscitando un ritorno anche nella moda dello stile Regency.
In casa Topittori, invece, si è optato per il bianco e nero di Antonella Toffolo e per il poeta Umberto Fiori come traduttore di Browning. La storia del Pifferaio di Hamelin è remota, si racconta e si reinterpreta, in libertà, perché gli archetipi, che sono i fondamenti, sono patrimonio di tutti e si donano volentieri agli artisti che ne mantengono viva la memoria.
Grazia Gotti

martedì 3 novembre 2009

Vi proibisco di entrarvi

Chi era Barbablù? A chi si ispira la fiaba cupa e truculenta racchiusa nella raccolta di Perrault?
Qualcuno suggerisce di ricercare le origini della storia dell’uomo dalla barba blu che uccide le mogli, in una terribile vicenda raccontata dalle cronache del 1400. Era esattamente il 1440 l’anno in cui venne mandato a morte il conte Gilles de Rais, eroe militare, compagno d’armi di Giovanna D’Arco, erede di una enorme fortuna economica, accusato di atroci delitti. Non sono le mogli a morire, ne ebbe una sola, ma un esercito di ragazzi e ragazze che entravano nel castello di Tiffauges o di Champtocé e da lì non uscivano più, neppure i loro corpi, dati alle fiamme o nascosti in oscure segrete.
E come mai un horror del quindicesimo secolo si fonde con il racconto fiabesco di Perrault? La storia del giovane conte nel passaggio da una voce all’altra, da un’epoca all’altra, diventa diversa da quella originale e alle sue terribili gesta si associano quelle della figura misteriosa del gentiluomo definito da Anatole France, nel bel volume in catalogo per i tipi di Donzelli, Le sette mogli di Barbablu e altri racconti, come “uno scellerato provetto e il più perfetto modello di crudeltà mai esistito al mondo”.
E lo scellerato modello di crudeltà continua ad affascinare, ad essere scelto come soggetto di rivisitazioni, di interpretazioni nuove che affidano all’immagine, oltre che alle parole, il potere e la forza della narrazione.
E’ quasi austero, minimale il segno di Eric Battut per il libro voluto da Bohem Press, basato sul racconto di Perrault. Nelle pagine si sente il gelo del castello protetto da alte mura, l’attesa, la curiosità.
E’ invece firmato da Chiara Carrer, sia nel testo che nelle figure, il Barba-Blù uscito per Donzelli.
Un albo illustrato, meravigliosamente blu, essenziale, pulito, senza orpelli, algido e sentimentale, intenso e avvolgente, come il contenuto della storia.

“ ore 9,15
Testa. Braccia.
Seni. Gambe.
Le sue sorelle!
Le rimette insieme.
Le nasconde.
Lui è arrivato.
Lo sguardo cupo…”

Molto diverso, con un taglio in cui la componente horror gioca con la capacità ironica del segno, è il Barbablù di casa El, riraccontato da un abile fabulare che risponde al nome di Roberto Piumini e illustrato da Altan.
“Un giorno il padre le disse: -Quelle della tua età sono maritate. Sei stata chiesta in moglie da un gentiluomo di una terra vicina, e ho deciso che lo sposerai.- Siccome quello era l’uso, Primula lasciò padre e fratelli, e sposò l’uomo…”
Ultimo in ordine di apparizione, giunto di recente sugli scaffali, nella collana “Perle Classiche” di Arka è il raffinato lavoro sul testo messo in pagina da un Nicola Cinquetti sempre più bravo, capace nella lingua e nella tensione narrativa. Accompagnano le parole le illustrazioni evocative, originali, stupite, di Alessandra Cimatoribus, illustratrice friulana di provata abilità.
Silvana Sola

lunedì 2 novembre 2009

Fiabe ancora fiabe

Siamo lieti di dar la parola ad Elisabetta Cremaschi, studiosa di letteratura per l'infanzia, per introdurre la settimana dedicata al fiabesco.

Capita, spesso. Non poteva, quindi, non essere così anche in questo autunno editoriale denso di proposte di grande valore artistico dedicate al fiabesco. Puntuali, gli interrogativi ritornano: a che cosa serve la fiaba? E, soprattutto, perché pur non lasciandoci mai, in certi momenti è più presente? Le risposte a queste domande se sono assertive sono sbagliate. La fiaba non si lascia toccare facilmente: raccoglie, mescola, elabora, si contraddice, contiene insegnamenti complessi e misteriosi mai espressi attraverso paradigmi fissi. È cultura raffinata oltre ogni dire formulata per metafore ma anche frutto del sudiciume da bassa taverna.
Chi la frequenta non può certo dirsi sorpreso da questo ennesimo ritorno, la familiarità con la costrizione ermeneutica a cui l'ha abituato il genere fantastico gli impone un'attenzione e un'interrogazione continua nei confronti della realtà. La fiaba risponde alla necessità di attivare processi critici, di far nascere prestissimo, fin dai primi anni di vita, una “cultura dell'interpretazione”, l'unica in grado di contrapporsi alla mentalità del gregge, della massa, dell'adunata che sembra l'offerta predominante del costituirsi del pensiero umano di questo tempo. Non sorprende quindi che, oggi più che mai, in un mondo grigio e omologato, essa reclami il suo diritto di esistenza. Intimamente e profondamente rivoluzionaria, la fiaba propone sempre uno scardinamento dell'ordine sociale costituito. Nasconde in sé le più segrete aspirazioni. E, pur non essendo portatrice di una morale, se in qualche fiaba si volesse cercarne una a tutti i costi, sottostante, complessa, difficile da scovare, questa risiederebbe nel credito che viene concesso a chi ha un sincero desiderio di cambiare. Senza cambiamento non si dà l'esistenza del mondo fiabesco. Negli ultimi anni abbiamo pensato di vivere in una società di grande mobilità sociale. Oggi l'inganno è stato svelato, la nostra è una società immobile. Ed ecco che la fiaba ritorna con le sue metamorfosi. Ritorna anche perché, in questo momento foriero di pericolosi dubbi sull'altro da sé, è l'unica forma letteraria che può offrire possibilità di dialogo, di incontro, di ricerca di somiglianze profonde. Gli eterni del sogno, gli inconsci collettivi, non sono mai molto diversi fra gli uomini. Per entrare nel pianeta fiaba non servono passaporti. La sua portata, seppur frutto di una stratificazione di molteplici significati, è sempre universale. La fiaba è l'umano. È il linguaggio comune. Gli artisti lo sanno, e non smettono di interpretarne gli archetipi con altre parole e con nuovi segni. Per questo, e per molto altro, chi vuole studiare davvero la letteratura per l'infanzia deve anteporre e mescolare le fiabe ai libri per ragazzi, stando bene attento a non censurare nulla, a superare barriere, a trovare salvifica ogni bizzarria.
Elisabetta Cremaschi