Visualizzazione post con etichetta FC. Fuori Catalogo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FC. Fuori Catalogo. Mostra tutti i post

venerdì 22 giugno 2012

Il canto infinito della balena


Indubbiamente una delle figure preminenti della letteratura contemporanea per ragazzi, inglese e non. Jacqueline Wilson scrive da più 40 anni, il suo primo libro è del 1969. Salani ha pubblicato tantissimi dei suoi romanzi, una trentina di titoli di cui non possiamo dimenticare tra gli “Istrici” Facciamo che ero Lottie o Bambina affittasi e per i più grandi Kiss o il recente Mamma acrobata cercasi (di cui aspettiamo i due seguiti!).
La stessa casa editrice milanese, fiorentina di nascita, ha pubblicato Il canto infinito della balena, uscito in Inghilterra due anni fa per la Doubleday Children's Books, un imprinting di Random House.
Un romanzo difficile per la tematica ma delicato, giusto nei modi e nella costruzione, che non induce alla lacrima facile, non melenso né buonista.
La mamma di Ella, da poco risposatasi e in attesa di un bambino, dopo il parto cade in coma.
La storia è raccontata dalla piccola undicenne alle prese con un patrigno che inizialmente non sopporta, un papà assolutamente assente, una migliore amica che si sta allontanando, un fratellino di cui dovrà imparare a prendersi cura. Si aggiunge a questo fardello il tormento provocato dalla bulla della scuola, e in fondo al cuore la speranza di rivedere la madre riaprire gli occhi, il desiderio di stringerla tra le sue braccia e di risentire l'affetto di cui ha bisogno.
Parlando con Teresa Buongiorno delle rispettive letture in corso, casualmente mi ha accennato ad un vecchio libro della SEI, diretta dal salesiano Don Francesco Meotto. Il direttore della collana “I Nuovi Adulti” già pubblicava nel 1982 il romanzo del francese Jean Coue, Pierre è vivo, un romanzo in cui Pierre, come Sue, la mamma di Ella, caduto in SVP (Stato Vegetativo Persistente) riuscirà a comunicare con gli altri grazie ad un utilizzo alternativo del codice morse.
David Tolin

venerdì 17 giugno 2011

Novità (trentennali) in casa Gallucci

Era l’inverno del 1998: il mio primo soggiorno parigino, un Erasmus in preparazione della tesi di laurea. Presso la biblioteca del Centre Paris Lecture del tredicesimo arrondissement, sfogliavo alcuni albi illustrati e la copertina con un orso e una topina dolcissimi mi sono saltati agli occhi. Da lì è iniziato il mio amore per lo stile di questa illustratrice.
Nata a Bruxelles nel 1928, dove frequenta l’Accademia delle Belle Arti, Gabrielle Vincent si dedicherà per tutta la vita alla pittura. L’acquarello è la sua specialità, almeno per i libri per bambini.
Nei primissimi anni ’80 inizia a pubblicare per Casterman, nella rinomata collezione degli Albums Duculot, creando i personaggi dell’orso e della topina sopraddetti. In Italia l’editore Piccoli si accorse subito di questa illustratrice e nello stesso anno, 1982, traduce Storia piccina di Ernesto e Celestina (anche Alfredo Stoppa la noterà: in C’era una volta… pubblica nel 1996 Il mio piccolo Babbo Natale). In patria le chine di quest’artista faranno vivere i due tenerissimi protagonisti in più di una quindicina di storie. Di Ernesto e Celestina verranno pubblicate, nel 2006 (ma non molto dopo messe fuori catalogo) solo altre due storie dalla Nord-Sud: Le domande di Celestina e Ernesto è ammalato.
Oggi la Gallucci porta in libreria un altro dei suoi primi libri (uscito sempre per Casterman nel 1982), Un giorno, un cane. Un magnifico silent-book (in questo periodo ce ne sono sempre di più e sempre più belli!) interamente illustrato a matita. Una storia di denuncia: un cane abbandonato, un incidente stradale, la solitudine, la fame… Il finale non poteva però essere pessimista e sarà un bambino a dare una svolta a questa tragica storia.
A 11 anni dalla sua scomparsa, le storie e le immagini di Gabrielle Vincent emozionano ancora immensamente.
David Tolin

martedì 8 febbraio 2011

La rivincita dei brutti

Ero convintissima di presentarvi un’autrice ispanica oggi: Lucía Flores. Poi ho scoperto che è soltanto nata in Uruguay e che attualmente vive in Canada, perciò i suoi due libri sono stati tradotti dal francese. Brutto è bello è la storia di Socrate, un bambino con orecchie enormi e un naso esagerato che viene iscritto dalla mamma all’annuale Raduno dei Brutti. Qui incontrerà tanta gente, anche peggio di lui, e diventerà molto amico di Fierritos, vincitore del concorso per via delle due ali di farfalla che ha sulla testa. Un giorno vengono toccati dalla magia e nel seguito intitolato Fierritos e la porta dell’aria conoscono Rela, una bambina che viene dal mondo di Cadikinn e ha una testa che assomiglia a un mercatino delle pulci. Purtroppo non riesce più a tornare a casa perché ha perso la chiave che le permette il passaggio alla Porta dell’Aria ed è preoccupata perché deve curare il suo Albero della Memoria. La scrittrice racconta l’amicizia, inserisce addirittura un sondaggio sul senso della vita ed educa al rispetto per la diversità. Brutto qui, infatti, non significa per niente cattivo. A questo proposito vorrei riportare le parole di Donatella Ziliotto, che ha diretto la collana dei criceti Salani, per descrivere le qualità che un testo deve avere per ambire a farne parte. «Deve distinguersi per la volontà di rendere critici i ragazzi di fronte ai problemi del mondo d'oggi, nella vita di ogni giorno.
Allo stesso tempo deve dar loro la forza di non demordere, di credere in sé stessi, in un'etica non superficiale o convenzionale. Non ci devono essere dogmatismi, fanatismi, luoghi comuni - né nel contenuto, né nello stile - ma lo stimolo vero verso nuovi punti di vista, libertà e immaginazione. E su tutto, il taglio stilistico deve essere sempre originale e maturo». Stupendo, Lucía Flores è proprio promossa. Adesso i suoi libri sono fuori catalogo ma sono disponibili nelle biblioteche.
Valentina Allodi

lunedì 17 gennaio 2011

Sotto una cucina, in Argentina

Quando ho trovato questo libro ho provato la sensazione della serendipità, ovvero quando si scopre qualcosa di interessante e di imprevisto mentre si sta cercando tutt'altro. Volevo comprare un regalo a un'amica, ma non ho resistito alla tentazione di portarmi a casa questo inaspettato istrice della Salani. Racchiude la paziente costruzione di un mondo segreto e misterioso, iniziata con il sollevamento di una piastrella nella cucina di Arianna che vive nel quartiere di Florida, a Buenos Aires. Le operazioni di scavo e l'inaugurazione di una serie di cunicoli sotterranei portano alla creazione di un mondo “altro”, dove le regole del gioco sono diverse da quello quotidiano e le invenzioni, come l'armorgano di Hugo, hanno piede libero.
Là sotto si beve mate quando si appoggia la pala e si realizzano mostri con materiali riciclati; è un mondo sotterraneo in cui gli adulti del quartiere non sono previsti, un rifugio e uno spazio per esprimere il proprio ingegno, ma soprattutto dove l'unione fa la forza contro i bulli del quartiere. "Le mani si strinsero tra di loro, le sinistre toccarono le destre, le tiepide toccarono le fredde, quelle con le unghie mangiate toccarono quelle con gli anellini colorati. E poi si separarono, anche se alcune di loro non volevano proprio separarsi".
Non è forse il caso di chiedersi perché oggi l'inventiva, il fare squadra e la compartecipazione non vedono la luce?
Il libro è ora fuori catalogo e si intitola Altrondo, scritto da Graciela Montes, una delle più note autrici per ragazzi argentine, apparsa per tre anni consecutivi nella Lista d'Onore del Premio Internazionale Andersen. Per noi è stato tradotto da Elena Giardina e illustrato da Alicia Cañas. La scrittrice ha dichiarato in un'intervista che le piace scrivere della quotidianità, a patto che “si dischiuda all'improvviso e lasci crescere qualche strano fiore”. E la sua storia nasce infatti da una fessura, da qualcosa di intenso che modifica il normale funzionamento delle cose.
Valentina Allodi

mercoledì 24 novembre 2010

Lunga vita alle farfalle

Anita ha dodici anni ed è una ragazzina come tante altre: la chiamano “pappagallina” perché fa sempre domande, le piace ballare il twist e ha la sindrome della “bagnite” dato che passa molto tempo a farsi carina nel bagno, anche per colpa del primo amore. Ma il 1960 non è un anno normale per lei e per chi vive in Repubblica Dominicana; poco a poco i suoi parenti emigrano negli Stati Uniti, suo zio Toni scompare e suo papà riceve strane telefonate durante le quali parla in codice. Un giorno la polizia segreta del governo fa irruzione in casa sua, alla ricerca di prove contro il terribile dittatore Trujillo. Lei, “la bambina che non piangeva mai”, sarà ben presto costretta a convivere con segreti e paure, per poi nascondersi e infine fuggire. Gli sconvolgimenti politici del paese vanno di pari passo alla sua intima confusione di scoprirsi adolescente e di misurarsi con il silenzio.
“Per il momento dobbiamo essere come i bachi nel bozzolo della farfalla”, le ripete la madre. Anita comincia allora a tenere un diario, che per lei diventa un prezioso salvagente: “è come se il mio universo si stesse lacerando, ma quando scrivo la matita diventa ago e filo, e io ricucio insieme i brandelli”. In tutti c'è il desiderio di essere liberi, spiegare le ali e spiccare finalmente il volo come farfalle. Ma la libertà, qualche volta, è una conquista lenta e dolorosa. É questa la visione di Liberi domani, un racconto coinvolgente, di impronta autobiografica, dedicato “a quelli che sono rimasti”.
Porta la firma dell'autrice dominicana Julia Alvarez, tradotto da Maurizio Bartocci per la Mondadori (titolo ora fuori catalogo). Questo romanzo è stato insignito come miglior libro per ragazzi che abbia dato voce alla cultura latinoamericana, e porta avanti la tradizione del testimonio,
la responsabilità che hanno i sopravvissuti di mantenere viva la memoria di chi ha perso la vita per la libertà.
Valentina Allodi

martedì 23 novembre 2010

Una piccola grande lezione di umanità dal Cile

Ignacio, Minuno e i loro amici abitano nel quartiere popolare di Valparaíso, in Cile. Fanno parte della banda delle Pantere e sono in pericolo perché gli Scorpioni, temibili rivali, hanno deciso di attaccare il loro club. I ragazzini cercano allora rifugio nel boschetto di eucalipti vicino alla baracca abbandonata che hanno scelto come sede ma, proprio nel verde, trovano a terra il corpo di un uomo gravemente ferito.
Pensano di chiamare un'ambulanza per soccorrerlo, ma lo sconosciuto li prega di non farlo; confessa di avere solo bisogno d'aiuto ma di non essere un delinquente, e Ignacio e i suoi amici lo aiutano a nascondersi nel loro club, senza esitazioni. È l'estate del 1974 e sullo sfondo c'è il colpo di stato del generale Pinochet. La storia include battaglie e ingiustizie (non solo quelle tra clan di ragazzini), attraverso un racconto molto emozionante e avventuroso, dal ritmo vertiginoso.
Qui la politica non entra direttamente in scena, ma i più piccoli scelgono istintivamente da che parte stare e non sembrano dover affrontare il problema: questa è la vera originalità di La guerra delle pesche. Il potere muove i fili delle loro vite; da un lato c'è la minaccia dei bulli del quartiere, dall'altro quella della dittatura, una parola forse troppo astratta per dei ragazzini, ma i cui effetti sono malgrado tutto molto visibili. Il libro porta la firma di Roberto Ampuero, giornalista e scrittore cileno, tradotto per Mondadori da Daniela Pirastu e illustrato da Paolo Martinello (titolo ora fuori catalogo). È interessante sapere che in Cile non si è potuto pubblicare per molti anni ed è il primo romanzo cileno per giovani che ha osato affrontare l'argomento della dittatura; la prima edizione è tedesca, data alle stampe nel periodo in cui l'autore viveva in esilio in Germania. Oggi ci regala un importante pezzo di storia del suo paese e un'attualissima lezione di umanità, come quella sulla solidarietà insegnataci con la liberazione dei 33 minatori.
Valentina Allodi

lunedì 5 luglio 2010

Nello stadio e fuori dallo stadio

Il Sudafrica di Nelson Mandela e del presidente Jacob Zuma ha accolto le delegazioni giunte da tutto il mondo per i Mondiali di calcio 2010. E il calcio è diventato, e lo sarà fino all’11 luglio prossimo, il centro di azioni, pensieri, discussioni, sogni, speranze, delusioni.
Delusioni per l’Italia e la Francia , delusioni che vanno oltre i risultati delle partite ed entrano nella vita politica e civile. Anche l’Argentina, il Brasile e l’Inghilterra hanno fatto i conti con la sconfitta. Un calcio fatto di cadute di tono, di affermazioni imbarazzanti, di rischi di incidenti diplomatici, un calcio lontano dalla gioia italiana, politicamente condivisa, dei mondiali del 1982. Il calcio era anche il motore primo del libro Tiri in rete, scritto da Rich Wallace. uscito per i tipi di Bompiani nel 1998, nella bella traduzione di Beatrice Masini.
Wallace, americano, ex cronista sportivo, editor, affermato scrittore di libri per adolescenti, aveva raccontato con abilità, garbo, competenza, una storia di allenamenti, di ruoli, di campi, di spogliatoi. Una storia di squadra e insieme una storia di individualità, di emozioni, di amicizie in bilico, di scelte difficili. Il racconto di un quindicenne con la passione per il pallone, innamorato di una coetanea che preferisce a lui l’amico e compagno di squadra.
Un romanzo sul calcio come metafora della vita, dove la partita giocata esce dal perimetro del campo, dove i gesti e le azioni determinano non solo il risultato fischiato dall’arbitro.
Rich Wallace ha scritto molti altri libri (non tradotti in italiano) in cui lo sport, dal baseball al basket, dal football americano al wrestling, è un modo per esplorare l’universo degli adolescenti, per descrivere il loro modo di vivere, per andare oltre la cronaca ed entrare nella storia. Il libro, che ha fatto avvicinare alla lettura ragazzini recalcitranti, purtroppo è fuori catalogo, ritrovabile nelle biblioteche e tra gli scaffali dei remainders.
Silvana Sola

lunedì 7 giugno 2010

Per Billy ma anche per Valentin e Vinicio

Si sta svolgendo in questi giorni a Bologna “Il teatro delle scuole” che da più di 24 anni vede gli studenti della città impegnati sul palcoscenico nelle tre principali arti sceniche: il teatro, la musica e la danza.
Approfittando di questa storica rassegna bolognese, Zazie dà inizio questa settimana, con questa prima brevissima rassegna bibliografica, ad una serie d’interventi dedicati alla danza nella letteratura per ragazzi.
In questi ultimi anni nel panorama editoriale per ragazzi la danza ha assunto un forte peso tra le tematiche affrontate in albi e romanzi. Basti pensare, solo per citarne alcuni, alla dolcissima e testarda Angelina ballerina o alle numerose collane edite da e/o, EL o Einaudi ragazzi ("Danza", "Scarpette rosa", "I diari della Royal Ballet School"). Tra Parigi, Milano e Londra le protagoniste di questi romanzi sono giovani promesse del balletto classico, alle prese con la scuola, la famiglia, le amicizie, i primi amori e la passione per le scarpette e il tutù.
La danza nei libri per ragazzi in Italia è presa in considerazione quasi solamente nella declinazione del balletto classico ed è proposta quasi esclusivamente al pubblico femminile.
Sono pochi i romanzi in cui si rivolge l’attenzione anche ad altri generi di danza, la contemporanea, piuttosto che la jazz o la capoeira. È recentemente uscito dal catalogo Mondadori, il bel romanzo di Paola Zannoner, Dance!, in cui la protagonista inizia a seguire un corso di hip-hop.
Ho invece terminato di leggere, la scorsa settimana, l’adattamento letterario di Melvin Burgess, che rivede magistralmente la bellissima sceneggiatura dell’indimenticabile pellicola, Billy Elliot.
Il racconto narra l’iniziazione alla danza classica del figlio di un minatore inglese e sfata l’insensato pregiudizio che il balletto sia una pratica solo femminile.

Ora, forse, vi chiederete, dopo aver scoperto a chi in parte è dedicato questo post… chi siano, Valentin e Vinicio! Francese il primo, italiano il secondo, sono due ballerini di circa 5 anni ciascuno, che hanno preso parte allo spettacolo “In fila per tre” che due settimane fa la scuola bolognese A.T.E.M. ha presentato all’Arena del Sole.
Perchè si continui a parlare, ma soprattutto a ballare! Perchè la danza sia diffusa maggiormente... non solo in tutù, non solo sulle punte!
David Tolin

giovedì 6 maggio 2010

Zazie, anno secondo

Atene brucia. Ho letto sulla stampa locale che i greci venuti a Bologna all’epoca dei colonnelli stanno cercando di aiutare quanti vogliano venire qua. Anche alcune aziende si sono rese disponibili. Sono tramortita dalle notizie e dalle immagini. In TV ho intravisto uno striscione scritto in Inglese che chiede all’Europa di reagire, e io credo che sarebbe giusto. Non ci riguarda? Sento che mi riguarda ma non so cosa fare. E’ da tempo che si manifesta nelle piazze e che hanno luogo gli scontri. Una faccia una razza, dicevano i Greci quando cominciammo ad andare verso le loro isole, dopo i colonnelli. Prima non andavamo perché non volevamo portare vantaggi economici al Regime. Noi italiani eravamo andati in Grecia con i Tedeschi a fare la guerra, come racconta la scrittrice Alki Zei in La storia di Petros, uno fra i più bei libri sulla guerra, pubblicato nel 1971 e da noi nel 1989. Nello stesso anno, sempre in Mondadori, era uscito La guerra di Anna, di Billi Rosen, sulla guerra civile. Nel 1993, per la casa editrice El era uscito poi il seguito, Oltre la montagna, che vedeva Anna e il padre, rifugiati politici, emigrare in Svezia.
Ambientato nelle isole greche Gli asini di Kalanero dell’inglese Gerald Durrell, denunciava i soprusi del potere locale ai danni di un ragazzo. Durrell descriveva assai bene le caratteristiche del Potere, delle “mani sull’isola” degli amministratori. Per tornare al presente la figura del ricco magnate greco che ha salvato la squadra di calcio e che si accinge a scendere in campo mi pare una storia che si ripete. Quei bei libri di cui parlavo sopra, tutti mondadoriani, ora sono spariti. Ho sempre pensato al disinteresse e alla disattenzione; da qualche tempo si è insinuato in me un sospetto. Forse Marina Berlusconi ha fatto pulizia sugli scaffali per assecondare il babbo che ha agitato per anni lo spauracchio comunista? Abbiamo in molti riso del suo babbo, ma le nostre risate non lo hanno seppellito.
Zazie oggi compie un anno e non ha niente da festeggiare.
Grazia Gotti

mercoledì 21 aprile 2010

Ipazia, dai rotoli ai libri

Di Ipazia la letteratura per ragazzi si era occupata da tempo. Nel 2000 era uscito per Bompiani il bellissimo L’occhio del sole, ambientato nella biblioteca di Alessandria. Il romanzo ci colpì oltre che per i temi, per la scrittura e la composizione. Ci auguriamo che Rizzoli lo riproponga presto, anche sull’onda di interesse che il film Agorà sembra suscitare. Il romanzo è opera di uno scrittore fiammingo molto popolare, Karel Vereyen, nato nel 1938 e scomparso nel 2006. Di lui era uscito Mio nonno domatore, per Salani nel 1996, di cui non so nulla, e ancora per il gruppo RCS un romanzo sulle Olimpiadi greche. L’autore, prima di dedicarsi completamente alla scrittura, aveva diretto TOP, un magazine per adolescenti, lavorato per la stampa nazionale e si occupava anche di sport. Poi ha viaggiato e scritto dei suoi viaggi in Africa, Asia, Europa. E’ stato un attivo traduttore da diverse lingue europee ed ha sempre apprezzato gli incontri con i ragazzi, suoi lettori.
Questi incontri lo soddisfacevano molto di più di una recensione. Di certo non le disprezzava le recensioni, ma il contatto diretto con i lettori portavano linfa alla sua scrittura, una scrittura romanzesca, giornalistica, divulgativa e poetica. Si dice che fosse spesso in giro per le librerie del mondo per controllare la presenza dei suoi libri. Ha pubblicato il suo primo libro per adulti nel 2001. Nel 2002 ha celebrato il suo trentesimo anno da scrittore e ha pubblicato il suo centesimo libro. Oggi rendiamo omaggio alla sua memoria, come rendiamo omaggio ad Ipazia, alle bibliotecarie e ai librai del mondo.
Grazia Gotti

mercoledì 7 aprile 2010

Dov'è la piccola Daisy?

"Stammi vicino, Daisy! "disse Mamma Anatra. Ma Daisy non ubbidì.
Inizia così l’avventura di una piccola anatroccola, che guarda i pesci, gioca con le libellule, salta sulle ninfee, incontra una ranocchia, ma improvvisamente si rende conto di essersi allontanata troppo dalla mamma e quando un grosso pesce le passa sotto ed un falco le vola sul capo, benché al riparo nel canneto, Daisy vorrebbe tanto che la sua mamma fosse lì!
Per fortuna ecco arrivare Mamma Anatra: la piccola Daisy avrà imparato la lezione?
E’ un testo gradevole, il primo di una serie di piacevoli avventure. L’autrice è un personaggio davvero particolare: Jane Simmons da bambina viaggiò molto con la famiglia, oltre che in Gran Bretagna, in Australia, Francia, Uganda, Zambia, Malta e Kuwait, cambiando molte scuole e trovandole sempre molto noiose, perché per lei c’era sempre molto altro da imparare… Lo stesso le capitò con il lavoro, ne cambiò decine senza mai sentirsi soddisfatta e alla fine comprese che doveva “abbracciare la sua bestia creativa e smettere di cercare di sottometterla”. Così tornò a scuola, a studiare illustrazione con Martin Salisbury, alla Anglia Ruskin University di Cambridge dove nel 1995 fu insignita del Association of Illustrators Images 20 Student Prize e di altri riconoscimenti. Ora vive su di una barca che si chiama Prosperity in Cornovaglia o navigando i fiumi francesi o solcando il Mediterraneo assieme al marito, Neil, anche lui “baciato dalla bestia creativa”, a due pappagalli, due cani, un gatto e una gallina. I suoi personaggi prendono vita nel mondo che si affaccia ogni giorno alla sua “finestra”: Daisy vive le sue avventure in un corso d’acqua; la piccola Flo ed il suo cagnolino Ebb abitano in una barca, in riva al mare, e così via.












Jane dipinge il mondo con forti pennellate di colore e leggeri tratti di matita che danno di volta in volta il movimento, la luce, i sentimenti ai suoi personaggi. Il linguaggio è semplice, ma colorito ed estremamente efficace. In Italia è arrivato soltanto il primo libro di Jane Simmons, Forza Daisy!, tradotto per la Fabbri nel 1998 da Paola Parazzoli e ora purtroppo, già fuori catalogo.
Elisabetta Pavan

martedì 16 marzo 2010

Se la luna potesse parlare

Da cinque anni la casa editrice Fabbri ha tolto questo bellissimo albo dal suo catalogo. A Natale l’ho ritrovato in una libreria di remainders e ne ho comperato alcune copie da regalare. E’, a mio avviso, uno dei più begli albi illustrati che raccontano i preparativi per andare a letto, il commiato dai genitori dopo la lettura serale, il bacio della buonanotte e il caldo tepore delle coperte.
And if the moon could talk, benchè inglese, è nato in casa Gallimard: l’autrice Kate Banks (americana) e l’illustratore Georg Hallensleben (tedesco) vivono e lavorano da anni in Francia.
Una bimba sotto le lenzuola assieme al suo coniglietto di peluche in copertina, e un paesaggio cittadino notturno, che occupa tutti i risguardi, preannunciano l’alternarsi delle sequenze della storia raccontata da parole e colori che si fanno eco le une con le altre, in una serie di rimandi che si scoprono via via leggendo e sfogliando le pagine.
Se la luna potesse parlare… racconterebbe di ranocchie, di falò, di giocattoli, di nidi cullati dal vento…
Se il libraio potesse parlare direbbe che lo rivuole tra gli scaffali delle librerie.
David Tolin

lunedì 25 gennaio 2010

Anne, i giorni e le ore

E’ Lunedì, che aspettava ieri e pensava a domani, il protagonista dello straordinario albo di Anne Herbauts, appena uscito per i tipi Lapis.
Un racconto sul tempo che scorre, giorni che si avvicendano e allacciano la primavera all’estate, l’autunno all’inverno. Un inverno silenzioso, come le domeniche di Lunedì, un tempo immobile che ricopre tutto in un’atmosfera ovattata che possiamo vedere, ascoltare e persino toccare.
Ci accompagnano le matite e le tempere della giovane illustratrice belga, i suoi ricami di timbri, le atmosfere poetiche perfetto sfondo per i suoi originalissimi personaggi.Da recuperare in biblioteca, un bellissimo lavoro edito da Fabbri e ora fuori catalogo, L’ora vuota, un’altra riflessione sul tempo, questa volta più romantica e fiabesca.Molte volte mi domando se il lavoro degli artisti rifletta il loro essere, la loro essenza. Sono sempre un po’ titubante nel conoscere un illustratore che amo. Forse perché non sempre si riesce a sovrapporre l’immagine mentale cucita pezzo dopo pezzo, albo dopo albo, storia dopo storia.All’ultimo salone di Montreuil, me ne stavo tranquilla, appena scesa dal metrò in prossimità del salone, quando David si è accorto di Anne Herbauts a pochi passi da noi. Mi ha dovuto letteralmente trascinare a conoscerla, inchiodata com’ero a terra dalla mia timidezza congenita. Ma è stato meglio così, perché con Anne c’è stata l’alchimia. Un sorriso calmo e gentile, occhi grandi. di una tonalità di blu di cui sono piene le pagine di Lunedì. Mi ha fatto pensare al silenzio, ad una sera d’inverno. Sul tavolo una teiera rossa e un libro da incominciare.
Elena Rambaldi

martedì 29 dicembre 2009

La patria non è un inno nazionale

Elizabeth Laird ha sessantasei anni: è nata in Nuova Zelanda, ma è cresciuta a Londra.
A diciotto anni è andata ad insegnare in Malesia. Poi è tornata in Inghilterra e poi di nuovo in viaggio. In Etiopia, in Iran, in India, in Libano… Suona il violino, ama il cioccolato amaro, legge e scrive.
Scrive romanzi che riportano nelle pagine le vicende delle genti che ha incontrato nei suoi molti spostamenti, racconta la vita, nei suoi libri per ragazzi.
Una vita che fa i conti con le difficoltà del conflitto infinito tra Israele e Palestina nel romanzo Un piccolo pezzo di terra, in catalogo per Feltrinelli.
Un romanzo che dichiara un’infanzia desiderosa di normalità e di spazi per giocare, di palloni e di amicizia, un libro di speranza e di positiva ostinazione.
“Ce la faremo…: noi sopravviveremo.” sono le parole finali del libro.
Sopravvivere per immaginare un futuro migliore, sopravvivere per dichiarare la propria esistenza, un’esistenza che passa attraverso terribili prove.
Tara è curda, dovrà lasciare l’Iraq, vivere sulle montagne del Kurdistan, fare l’esperienza del campo profughi in Iran, e poi raggiungere Londra.
La protagonista del romanzo La patria impossibile, edizioni El, ritrovabile oggi solo in biblioteca e in qualche remainders, è come il giovene raccontato nel bellissimo film di Philippe Lioret, Welcome.
La tragedia del popolo curdo, l’asilo politico, le leggi contro la clandestinità, la ricerca del rispetto, oggi come allora: sono trascorsi diciotto anni da quando venne scritto questo romanzo, ma la lettura del libro e la visione del film dichiarano lo stesso tempo. Un tempo che trascorre senza riuscire a porre fine alle ingiustizie.
E’ una scrittura “militante” quella di Elizabeth Laird, una scrittura che entra dentro la vita, sempre all’erta, per cogliere ciò che sta dietro le quinte.
E’ del 2008 la pubblicazione in italiano, per i tipi di Piemme, di Quando nel mio paese crescevano gli aranci.
Elizabeth racconta il Libano che ha vissuto, la città di Beirut, la convivenza con checkpoint e i rumori di guerra. E nella prefazione al romanzo, ricorda:
“Una mattina, mentre tornavamo a casa in auto, ci accorgemmo con inquietudine che le strade e il mercato erano deserti. C’era un banco della frutta e le arance color oro chiaro rotolavano ancora per la strada. L’aria fremeva di tensione: la battaglia stava per avere inizio.”
Silvana Sola

venerdì 30 ottobre 2009

Una giornata particolare

Quando: 31 ottobre, riunione di famiglia in casa Coudrier per il compleanno del nonno.
Dove: la Collinière, grande villa di famiglia tra boschi, stagni e colline nella campagna francese.
Personaggi: gli anziani coniugi Coudrier; i figli (Gil, Edith, Rose e Dimitri, morto da un anno); i nipoti (Hermes, le gemelle Annete e Violette, Colin, Madelaine); Clara, la donna di servizio; Blaise Rivière, il cacciatore… altre figure più o meno importanti e una schiera di animali più o meno selvatici!
Prologo: un uomo steso a terra, una nocciola che cade, un “diabolo”, una giacca color pied-de-poule, 12 rintocchi di campana…
Quello che successe prima… del ritrovamento del cadavere!: l’alba, la foschia, dolcetti di mele e frutta secca, un ragazzino sopra un sicomoro, una estemporanea fuga dal collegio, una lunga chioma tagliata, una zia malata, una volpe impaurita, un po’ di fegato di pollo, lezioni di violoncello, zucche "americane", l’orto…
Quello che successe dopo… : un groviglio di edera, un cacciatore, un ermellino, un'infatuazione, il vento, paure notturne, una visita al cimitero, festa di compleanno, nuovo nascondiglio, un falò, una bambola bruciata, la camera dei nonni, una lettera…
Quello che successe la notte… : confessioni, uno sparo, sangue, il solito cadavere sopra il tavolo, vecchie storie di famiglia, vecchi segreti svelati.
Livide zucche è un capolavoro di suspense e intrighi familiari. Un melange tra la “regina del giallo” e Alfred Hitchcock (evidenti i riferimenti a La congiura degli innocenti): la scrittrice è un appassionatissima cinefila. Una storia in cui colori, profumi, sapori rendono con straordinaria efficacia luoghi, ambienti e atmosfere. Un racconto corale nel quale i giovani protagonisti riescono a far cadere le “maschere” degli adulti, a far confessare le menzogne, a stanare ipocrisie e meschinità.
Il romanzo è uno dei più belli di Malika Ferdjoukh. Nel 2000 ha vinto l’ambito prix Sorcières, premio istituito dall’ALSJ - Associazione delle librerie specializzate per ragazzi. Dell’autrice algerina la Emme pubblicò, nel 1995 il divertentissimo "Voltapagina", Caccia alla moglie. Assolutamente da leggere (aspettiamo un editore che li pubblichi) i volumi, Quatre soeurs, quattro "piccole donne" (in realtà cinque con la maggiore) dei giorni nostri.
Livide zucche, da dieci anni nel catalogo de L’école des loisirs, in quello Salani ne è rimasto solo 4 (!?).
David Tolin

giovedì 29 ottobre 2009

Vivian la quasi maghina

Era nata proprio carina, bellina. Allora come mai i suoi genitori appena l’avevano vista avevano detto “Ooohhh? Perché era nata, udite udite, con sui piedi due minuscole scarpette rosse da ballo.
Diamo il benvenuto ad un’altra delle bambine di Vivian Lamarque, non ha
un vero nome, come tutte le bambine di Vivian, e come loro è un po’ speciale. Perchè La Bambina sulle punte (così la chiamarono) non solo nasce con le scarpette ai piedi, ma sa fare pirouette già da piccola e quando salta, spunta una figurina “uguale uguale a lei ma tutta fatta di puntini”, anche se solo gatti e piantine possono vederla. C’è sempre un po’ di magia nelle storie di Vivian, c’è ad esempio una bambina maghina, anzi, La bambina quasi maghina, perché sa far apparire solo le cose belle e utili agli altri. Ma c’è anche la quotidianità: la scuola, l’amicizia, i bambini simpatici e quelli invidiosi e c’è, come dice Antonio Faeti “il culto delle piccole cose”.
La lingua è semplice, garbata, ironica. Vivian parla direttamente ai bambini – lettori, in una sorta di dialogo che li rende un po' protagonisti. I suoi sono piccoli mondi pieni di “valori”, quelli importanti, le cose giuste “che si sentono con la pancia”, quelle così rare oggi, che quando ne leggi sul giornale dici “Ooohhh” e se poi ti lamenti perché di questi valori non ce ne sono più, ti danno della bacchettona. Nel mondo di Cioccolatina, la bambina che mangiava sempre, ad esempio, la bambina “antipatichina” è quella “magrina e smorfiosetta” che da grande vuol fare la Barbie; l’amicizia ed essere “PIENI di idee” invece riempiono lo stomaco, in un racconto che è una vera e propria educazione alimentare, vincitrice su qualsiasi cultura delle diete e del fitness sfrenato.
Menzione particolare per La bambina che mangiava i lupi, ironica rivisitazione di Cappuccetto Rosso, una fiaba a rovescio in cui una buffa bambina dai capelli rossi vive in una casetta sull’albero con una gallina che soffre di vertigini e che si chiama, indovinate un po’, Gallina. Bambina mangia i lupi per necessità e diventa suo malgrado lo spauracchio ad uso di mamme lupo i cui piccoli non vogliono dormire. All’arrivo della primavera però, Bambina è stufa di lupi, inizia a mangiare uova, fragoline… ma è troppo tardi, Bambina diventa un lupo “troppi avendone mangiati”. Questo albo, purtroppo fuori catalogo, ha le divertenti e colorate illustrazioni di Donata Montanari; ne consiglio il recupero in biblioteca perché è una di quelle storie che ai bambini (e ai genitori) piacciono tanto, tanto da tenerle care fra i ricordi anche dopo molti anni.
Infine ricordiamo altre due bambine della Lamarque, quella di ghiaccio, poetica, romantica e triste, pubblicata della Emme edizioni con le intense illustrazioni di Mara Cerri. E La minuscola bambina B nei tipi Feltrinelli; solo B questa volta, perché “era questo il nome cortissimo della bambina”.
E guardate bene Vivian Lamarque, non vi sembra quasi una maghina?

Elena Rambaldi











martedì 13 ottobre 2009

La rivoluzione delle T-shirt

Ogni letteratura ha i suoi romanzi di scuola: noi abbiamo Cuore, tradotto in molte lingue, figlio del nostro socialismo aclericale (non anticlericale) e molto amato dai lettori. Gli Americani, per la penna della grande Louisa May Alcott, possono visitare Plumfield ogniqualvolta abbiano necessità di collegarsi alle radici, un inglese anticonformista va in gita a Summerhill e ritrova un po’ di utopia. Sul finire del Novecento sono apparsi diversi importanti romanzi di scuola.
Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno è del 1991, La guerra dei cioccolatini di Cormier del 1986, Bambini di farina di Ann Fine è del 2001, Matilde di Dahl del 1988.
Nel 1988 negli Stati Uniti uscì The Burning Questions of Bingo Browne, di Besty Byars.
Fu intercettato da un editor a noi sconosciuto e pubblicato per la una nuova collana “TeenAgers” presso l’editore Piccoli, collana che annoverava Cinque fantasmi in America della Ibbotson che tanto ci divertì. Bingo Browne è ambientato a scuola e mette in scena una ribellione attraverso le T-Shirt. E’ come ogni anno cominciata la stagione degli scioperi, delle manifestazioni, dei cortei, e forse dell’occupazione.
Gli studenti contestano il Ministro Gelmini per i tagli e la modifica dell’assetto dei licei.
Ho letto i cartelli, ho ascoltato gli slogan, ma non sono rimasta colpita come lo fui nel 1988 dalle scritte di Bingo sulle magliette. Genitori, insegnanti, zii, amici dei ragazzi, cercate Bingo in biblioteca. Agli editori consigliamo di leggere tutta Betsy Byars, nata nel 1928, autrice di romanzi, racconti, ideatrice di serie, pilota di aereo, gran dama della Letteratura, insignita della Newbery Medal nel 1971 e del National Book Award nel 1980.
Grazia Gotti

venerdì 4 settembre 2009

Viaggio in Nuova Scozia

Ho aspettato un anno prima di dedicarmi alla lettura di Before Green Gables, il prequel pubblicato nel 2008 da Puffin, in occasione del centenario della pubblicazione di Anne of Green Gables. Temevo di rimanere delusa, di non riconoscere la piccola orfana dai capelli rossi nata dalla penna di Lucy Maud Montgomery. La scrittrice canadese Budge Wilson invece, ha fatto un lavoro eccellente e curato, di ricerca e di riflessione, che le ha permesso di raccontare le avventure di Anne prima di approdare a Prince Edward Island. Anni di privazione, certo, ma illuminati da incontri indimenticabili che hanno contribuito a formare il carattere, a nutrire la sensibilità di questa piccola sognatrice fino al suo arrivo al tetto verde. Scopriamo ad esempio che, l’ampio vocabolario di Anne è stato nutrito dall’uomo delle uova, solitario ex-insegnante che “regala” ogni settimana 5 parole nuove alla bambina.
Budge Wilson ha iniziato la carriera di scrittrice molto tardi, dopo aver fatto l’insegnante, la fotografa e persino l’istruttrice di fitness. All’attivo ha 33 romanzi per ragazzi, è tradotta in dieci lingue e ha vinto numerosi premi. Una piccola ricerca mi ha permesso di scovare alcuni suoi romanzi editi in Italia per i tipi Mondadori e ormai fuori catalogo: Lo strappo nella collana Junior Super, che affronta il delicato tema della depressione, e due volumi di racconti, Cordelia Clark e Il viaggio, pubblicati nella Gaia Junior. La Gaia è una collana nata nel 1989 e piena di perle tutte da riscoprire: da Penelope Lively a Maria Gripe, da Margaret Mahy a Robert Westall. Leggendo Il viaggio incontriamo una scrittura ricca e fluida, parole preziose che raccontato storie di donne, racconti che appassionano fin dalle prime righe, che rimangono nella mente del lettore per essere
riassaporati piano piano, quando le pagine sono chiuse. Protagoniste sono donne adulte che narrano la loro adolescenza con sincerità, con lucidità. Sono ragazze che raccontano delle loro esperienze attraverso un diario, oppure una lettera. Emergono i lati oscuri, l’invidia, l’egoismo, l’insicurezza. Storie vissute intorno agli anni '40 e '50 in una Nuova Scozia i cui ritmi sono scanditi dalle stagioni, tra inverni interminabili ed estati troppo brevi. Storie di famiglia che fanno emergere problemi relazionali, incomprensioni e tutta la gamma di emozioni che lega genitori e figli, fratelli e sorelle. Attorno, una serie di personaggi indimenticabili: come Miss Hancock, la bizzarra insegnante con le sue camicette in stile folk piene di ricami, capace di lasciare il segno nei suoi studenti trasmettendo l’ amore per le parole e per la letteratura; e il signor Jenkins, un operaio stagionale che chiede ospitalità a casa Nickerson per pochi mesi, riuscendo a portare, pur con modi rozzi e un linguaggio sgrammaticato, l’armonia e il buonsenso che manca per gestire le dinamiche familiari. E ancora madri iperattive e maniache del pulito, che professano la filosofia del “fare” e non dell’”essere”, e madri forti che sanno rimanere in silenzio per il bene dei figli.
Padri autoritari e maschilisti si contrappongono a figure paterne silenziose, pacate, capaci di fermarsi e apprezzare lo spettacolo della natura quando il cielo aveva il colore del fiordaliso e il vento lo stava pennellando di nuvole bianche.
Un piccolo gioiello tutto da riscoprire.
Elena Rambaldi

martedì 1 settembre 2009

F.C. Libri da rileggere! Da ripubblicare!

È con piacere che inauguriamo una nuova sezione nel nostro Zazie News. FC! Una sezione per i libri fuori catalogo, da rileggere, riscoprire, e magari ripubblicare.
E iniziamo quest’avventura, che allarghiamo a tutti coloro volessero partecipare con un articolo, con la recensione di un’intera collana che manca dagli scaffali da qualche anno.
Era il 1997 e nasceva per la Mondadori, voluta da Margherita Forestan, una piccola collana (una media di 8 uscite annuali che si è ridotta, già dal 2000, a 5) di testi brevi, gli Shorts. Nello stesso anno, quasi a confermare quest’esigenza di romanzi più agili per lettori meno “performanti”, venivano creati in casa EL, I corti.
In quarta di copertina dopo il coinvolgente slogan: Brevi come videoclip, appassionanti come un film, i romanzi che si leggono in un’ora e non si scordano più… si leggeva, oltre ad una breve trama, anche qualche motivazione per l’acquisto… per chi ha sempre in tasca la tessera del cineclub (Cinema Lux)… per chi, maschio o femmina che sia, adora danzare a piedi scalzi (Danzando nell’ombra)…
A differenza de I corti, gli Shorts accoglievano fra gli italiani anche molti autori stranieri. Dopo l’intrigante storia di Matilde Lucchini, C’è una lettera per te, che inaugurò la collana, gli altri italiani furono: Francesco Costa, Andrea Molesini, Geraldina Colotti, Margherita d’Amico e Paola Zannoner.
Gli autori anglofoni erano in prima fila (la Mondadori ha sempre considerato in maniera secondaria la letteratura francese, tedesca o di altre culture europee e extraeuropee): dalle appassionanti storie di Gary Paulsen (divertentissimo Il padrone della scuola, più avventuroso Io e Cookie, magnifica è poi la figura materna della ballerina di Glass Café) alle pagine più intimiste di Theresa Tomlison (splendido è il ritratto femminile in un villaggio di pescatori di fine ‘800, in Onda di marea), senza contare poi le storie di Cynthia Rylant, Paula Fox, Philip Pullman fino alla contrastata storia d’amore scritta da Robert Westall, in Bufera.
Tra i francesi, oltre al già citato Cinema Lux (di cui consigliamo anche la filmografia finale) di Janine Teisson, si potevano leggere le storie di Thierry Lenain, la splendida amicizia tra una adolescente fuggita di casa e un giovane tossicodipendente (Patto col diavolo) o la tenera avventura di una “donna cannone” i cui unici sogni erano vedere il mare e danzare (Miranda ha preso il volo, di Valerie Dayre).
La maggior parte dei titoli racchiudevano storie di formazione, non c’erano romanzi di genere, ma molte erano anche le trame d’ambientazione storica (la Francia dell’olocausto o gli indiani nel Michigan di metà ‘800) o dalla tematica più sociale (la situazione femminile nella cultura islamica, l’handicap o l’identità sessuale). Insomma brevi romanzi, storie e personaggi indimenticabili, oggi da scovare solo tra gli scaffali delle biblioteche.
David Tolin

lunedì 1 giugno 2009

Bambini "non italiani"

Già nel 1994 Giuseppe Caliceti ci invitava a porre ascolto alle storie dei Rachid, dei Nabil, dei Mustafà, degli Omar, delle Sheela, dei Peter, bambini e ragazzi non italiani frequentanti le scuole italiane. Nell’introduzione a Marocchino! Storie italiane di bambini stranieri, Edizioni E.Elle ( fuori commercio, ma rintracciabile in biblioteca) Giuseppe scriveva: "Considerando ogni bambino, italiano o straniero che sia, una persona ancor prima che un problema, è possibile accorgersi di quanto possa essere preziosa e stimolante la sua presenza, specie in una scuola elementare che nonostante i Nuovi Programmi e tutte le loro contaddizioni rimane in larga misura affidata al proverbiale buon senso del proprio personale docente e non docente." Nel 1995 Caliceti tornava in libreria con Rachid, un bambino arabo in Italia, edito da Einaudi Ragazzi, anche questo fuori commercio e disponibile in biblioteca. Dal 1995 molti più bambini non italiani siedono sui banchi di scuola, e le loro storie sono occasioni di riflessione per ognuno di noi. Siamo davvero grate a Giuseppe per il suo lavoro e invitiamo tutti a mettersi in ascolto delle storie di prossima pubblicazione presso l’editore Feltrinelli.

( scarica il pdf dell’invito)