martedì 30 agosto 2011

Kira-kira

Kira-kira, in giapponese, significa scintillante. Ma le parole, quelle belle, che ti emozionano, hanno la capacità di espandersi, di riempire spazi. Così la piccola Katie la usa per descrivere tutto quello che le piace: “lo splendore del cielo azzurro, i cuccioli di cane, i gattini o le farfalle, persino i fazzolettini di carta colorati”. Questa parola le è stata insegnata da Lynn, l’adorata sorella maggiore, intelligente e coraggiosa, i cui occhi sono spesso kira-kira, quando sogna del suo futuro di scienziata o di scrittrice famosa. Katie e Lynn sono due bambine giapponesi, vivono nella Georgia razzista degli anni ‘50 e sono figlie di due kibei, cioè giapponesi nati negli Stati Uniti che Inserisci linkhanno però studiato in Giappone. In Georgia la comunità giapponese ruota intorno al lavoro in un allevamento di polli, con turni sfiancanti che ti rubano tutto il tempo per gli affetti. Ma è un sacrificio necessario per sopravvivere e per poter realizzare il sogno di una casa propria. Katie si trova spesso a dover affrontare da sola il suo percorso di crescita, la scuola e le dinamiche familiari, senza la possibilità di un confronto e di un dialogo con gli adulti e senza l'appoggio della sorella, ormai adolescente, con nuovi interessi e nuove amicizie. La comparsa della malattia di Lynn, sconvolge ancora di più gli equilibri familiari ed è un momento difficile soprattutto per la piccola protagonista, inizialmente esclusa dalla verità, dalla possibilità di capire cosa sta realmente accadendo e poi catapultata in un ruolo adulto di assistenza alla malata.
Cinthya Kadohata, nata a Chigago nel 1956, si trasferì in Georgia quando il padre fu assunto in un allevamento di polli come sessatore, i suoi ricordi di bambina le hanno permesso di raccontare con dettagli realistici la vita di una piccola comunità di stranieri in questo stato del sud-est degli Stati Uniti, una storia di famiglia narrata dal punto di vista di una bambina, con personaggi ben tratteggiati tra cui uno zio rumoroso, un papà riflessivo e fermo nelle sue decisioni e una mamma, “un bellissimo fiore delicato e raro”, capace però di mettere paura se si arrabbia sul serio. Interessante la storia, piacevole la costruzione della narrazione, toccante la potenza delle emozioni, belle le parole scelte per un romanzo che pone l’attenzione su sentimenti dei bambini, sulle loro domande e l’incapacità, a volte, di comprendere il mondo adulto, dando spesso la propria personalissima interpretazione dei fatti. Questa novel di Cynthia Kadohata, scrittrice per adulti e ragazzi, collaboratrice del New Yorker che vive a Los Angeles con il suo bambino adottato in Kazakistan e il suo pigro doberman, è decisamente kira-kira. Una di quelle piccole perle sparse per la collana Gaia Junior di Mondadori.
Ahimè un ennesimo fuori catalogo che il “santo remainder” mi ha permesso di scoprire.
Elena Rambaldi

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